mercoledì, 21 Ott, 2020 Espresso napoletano

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Michele Persichino e l’incantevole arte del cammeo

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“Sono nato il 4 aprile 1937”. Michele Persichino, in arte ‘Persico’, ha un sorriso che non si dimentica. I suoi occhi parlano e scrutano lontano. A ottantatré anni, il signor Michele è forse uno degli ultimi incisori di cammei in attività. È nato nei pressi di piazza Carlo III: in quella zona c’erano molti incisori. Persichino racconta che erano della Sanità, dell’Arenaccia e del Pallonetto a Santa Chiara, mentre i commercianti venivano principalmente da Torre del Greco, dove pescavano il corallo; infine, c’erano i naviganti che, girando per il mondo, trovavano le conchiglie migliori da incidere. Di queste, “la maggior parte si pescano in Africa, Madagascar”.

Michele spiega che quella rosa è la corniola, quella col fondo nero e bianco si chiama sardonica, poi c’è la madreperla, sempre africana. “Mio padre era un incisore, lo chiamavano ‘Maestro Beniamino’, era famoso. A sua volta aveva imparato il mestiere da suo padre. Da quando avevo otto anni gli sono stato vicino, ho imparato così. Lavoravamo in casa, poi nel fine settimana andavamo a Torre del Greco a consegnare i cammei ai commercianti che ci davano altro lavoro, e così via. Si tramandava il mestiere di padre in figlio”. Michele spiega che per insegnare quest’arte a un ragazzo ci voleva molto tempo, si lavorava dalla mattina all’alba fino a sera. “Eravamo otto figli più la nonna. Io e mio padre dovevamo portare avanti tutta la famiglia. Gli altri fratelli, poi, sono diventati incisori di vetro: se ne sono andati vicino Siena e là sono rimasti”. Il signor Michele ha imparato presto, ma quella dell’incisore non è stata la sua unica attività. “Impara l’arte, si dice, e mettila da parte”. A venti anni è entrato nei Vigili del Fuoco e ha fatto il pompiere: quando non era in servizio faceva i cammei. “Nei Vigili del Fuoco avevamo ventiquattro ore di lavoro e ventiquattro libere. Così sono riuscito a fare qualcosa. Quella di noi artigiani è una vita sacrificata, si guadagna poco, ma mi sono arrangiato. Nessuno dei miei figli ha imparato il mestiere, ci vuole tempo e passione”.

Michele racconta che il boom di quest’arte avvenne tra gli anni ’50 e ’60: nei film western si indossavano le camice con i bolo tie, con sopra il cammeo. In America scoppiò la moda. Negli stessi anni però, con il boom economico degli anni ’50, in Italia nacquero nuovi lavori come il meccanico, il farmacista, l’operaio. I lavori artigianali furono accantonati perché rendevano poco e occorreva molto più tempo per imparare. Alla sua veneranda età, Michele fa ancora cammei, senza montatura: sono più giovanili e costano di meno. Con il bel tempo è facile trovarlo a Spaccanapoli, fuori qualche gioielleria: si mette lì col suo banchetto e mostra ai passanti quest’arte antica, che è uno spettacolo per gli occhi. “Adesso li faccio solo per passione. Prima ne facevo cento pezzi al mese, lavoravo anche la notte. Ora sono nonno ma non voglio smettere”.

Michele racconta che ogni incisore ha il suo stile. I commercianti che hanno, ad esempio, dieci incisori, sanno riconoscere l’uno dall’altro. Il profilo è la firma: “Ci sono due profili: il profilo greco, col naso a destra, quello parigino, col naso a sinistra. Il mio profilo l’hanno definito ‘statuario’”. Il maestro, mentre parliamo, mi mostra come s’incide una conchiglia: usa i ‘bulini’, attrezzi utilizzati anche dagli incassatori di brillanti. Sono in acciaio tedesco e ce ne sono tante varietà. “Per fare il taglio degli occhi e dei capelli uso gli ‘unghiarelli’. La ‘piana’ aggarba e modella il viso. Per affilare i ferri, uso la pietra lavica”. Michele spiega che c’è un operaio a Torre del Greco che taglia le conchiglie a seconda della necessità e della misura, mentre un orefice prepara le strisce di oro. Non si spreca nulla. Con ogni pezzo di conchiglia si fa un cammeo diverso. Sul tavolo di lavoro c’è un morsetto in cui Michele appoggia il pezzo di conchiglia da modellare. Scavando e togliendo la materia con il bulino esce il fondo nero. Mentre parla con me, intaglia il viso, i capelli, la pettinessa, e soffia. Tutto a mano libera. “Man mano che ci lavoro mi esce l’immagine. Per esempio, mentre sto facendo i capelli, mi fermo e guardo il profilo. Se è troppo piccolo per i capelli aggiusto i capelli”. Per fare un cammeo ci vogliono tre giorni.

Michele non guarda la TV, ha sempre lavorato da solo e gli dà fastidio sentire “le chiacchiere inutili degli altri”. “A me è sempre piaciuto mostrare l’arte del cammeo, perché le persone lo vedono nelle vetrine e non sanno com’è fatto, non conoscono il lavoro che c’è dietro”.

Nella sua vita il signor Michele ha viaggiato tanto: è stato in America, a Las Vegas, a Miami, a Milano, a Firenze, dove i commercianti l’hanno invitato a mostrare l’arte dell’incisione. Ora la mostra a Spaccanapoli. “È arte antica napoletana. Come fanno i pastori, io faccio i cammei. Per me la soddisfazione è il lavoro. I soldi non sono niente. Io non so fare nient’altro che incidere e stutà o’ ffuoche”.

Quello dell’incisore è un lavoro che occorre fare di giorno: a Torre del Greco prendevano gli attici, lavoravano d’estate fino alle nove di sera per guadagnare la giornata. Oggi chi lavora i cammei usa il trapano elettrico: il signor Michele spiega che c’è una grande differenza perché col trapano non c’è la morbidezza del profilo. “Io questo cammeo l’ho accarezzato per fargli la morbidezza del viso: sotto le mani si sentono le increspature, il taglio… è tutto liscio. Oggi usano conchiglie scadenti, ne fanno cento al giorno”. Quando gli chiedo come mai nessun giovane ha imparato quest’arte così nobile, mi risponde che un ragazzo di oggi “si sfasterea di vedere, se ne va. Ora l’epoca è veloce. Vogliono guadagnare facile. Noi allora lavoravamo in casa, non avevamo televisione, niente. L’obiettivo era proprio la famiglia. È quello il presepe. La famiglia. Invece ora la famiglia non si conosce più, sta tutto dentro il telefono. Io allora mi mettevo vicino a mio padre una giornata intera e guardavo: una giornata non passava mai”. Tutt’oggi prosegue il suo percorso di affinamento: “A venti anni avevo imparato, ma la perfezione viene man mano, con la fantasia. E non ho finito comunque. Il cammeo è grezzo, la bellezza la devo creare io ogni giorno, non è un programma. Oggi non c’è più la fantasia. Col trapano fanno il viso di una donna, ma la donna è la bellezza e la bellezza è diversa per ognuno. La bellezza è quando riconoscono l’arte che c’è dietro al cammeo”. Non c’è nulla di più incantevole dell’osservare un artigiano innamorato della propria arte come il signor Michele Persichino, uno degli ultimi incisori di cammei.

Le fotografie inserite nell’articolo sono state realizzate da Sabrina Cirillo.

L’articolo Michele Persichino e l’incantevole arte del cammeo è stato pubblicato sul numero di gennaio 2020 della rivista l’Espresso napoletano. Per leggere gli altri articoli, richiedi la copia arretrata: 0815568046 oppure info@rogiosi.it.

 

Francesca Saturnino è nata a Napoli nel 1987. Critica teatrale, insegnante e giornalista. Collabora con riviste e giornali nazionali e locali. La sua passione, tra le altre, è scovare storie, mestieri e personaggi di una Napoli antica e desueta e raccontarli per mantenerne viva la memoria.