Mario Mattoli con il film Miseria e nobiltà ci insegna che la vera nobiltà, appartiene a quell’uomo che dopo aver imparato a scrivere e a buttare il sangue sui libri, decide di stare alla mercè di quelli che non sanno scrivere.
Miseria e nobiltà è il film del regista Mario Mattoli, tratto dalla celebre opera teatrale di Eduardo Scarpetta. Il film presenta una matrice teatrale e ruota intorno al gioco d’interpretazione di personaggi poveri. Gli attori nel film fingono di interpretare una parte completamente distante ed estranea dal loro modo di vivere.
La comicità nasce dall’interpretazione di uomini miseri che fingono di essere dei nobili. La trama segue un percorso lineare: due famiglie versano in una condizione di estrema miseria che li costringe a vivere sotto lo stesso tetto e a saltare alcuni pasti della giornata. Felice e Pasquale, i padri delle rispettive famiglie trascorrono le loro giornate in cerca di lavoretti per arrangiarsi e portare almeno un pezzo di pane a casa.
Un giorno la fortuna sembra finalmente bussare alla porta: il marchesino Ottaviano desidera sposare una ballerina figlia di un cuoco arricchito. Non ricevendo l’appoggio sperato dai genitori, si rivolge a questa famiglia di poveri miserabili e chiede loro di far finta di essere suoi parenti. Il successo del film è determinato non solo da una sceneggiatura di straordinaria efficacia comica ma anche dalla bravura degli attori napoletani figli della Commedia dell’arte.
“Io non faccio il cascamorto, se casco, casco morto per la fame”.
Emblematica è la scena del film in cui le due famiglie si radunano intorno alla tavola per mangiare gli spaghetti con una fame atavica e primordiale, una fame che non si smette di soffrire nemmeno a stomaco pieno. Quella di Eduardo Scarpetta, è una commedia incentrata sulla contrapposizione di due condizioni: la nobiltà e la povertà. Quest’ultima viene rappresentata con estrema delicatezza e sensibilità perché è una condizione che non appartiene solo al sud, ma a tutta l’Italia.
La povertà viene presentata senza inganno e dispiaceri, senza filtri. Ed è quella condizione che ti spinge a mangiare gli spaghetti con le mani e a indossare lo stesso abito tutti i giorni, anche a Natale e a Capodanno. Tutta questa miseria viene raccontata con naturalezza e con una forte dignità, perché non c’è nessuna vergogna nell’essere poveri e soprattutto, ‘l’unica vera miseria è la falsa nobiltà’. Invece, la vera nobiltà appartiene a quell’uomo che, una volta che ha imparato a scrivere e che ha buttato il sangue sui libri, decide di stare alla mercè di quelli che non sanno scrivere.


