Napoli ritratta: Acchiappafantasmi

Una folle corsa tra i vicoli del centro di Napoli conduce all’incontro con dei curiosi ‘fantasmi’ volanti. 

La lezione è finita prima del solito. Sono le 12. Ho più di qualche ora per fare due passi, trovare qualcosa da mangiare e fare ritorno all’università. Di cose da fare non ne ho, o forse ne ho troppe per decidere qui su due piedi dove dirigermi, a cosa dedicare questa pausa inattesa. In queste situazioni, serve qualcuno che ti traina. Un amico che ti scrive “dove stai?”, un parente che ti chiede una mano con la spesa, una coppia di turisti che ti chiede informazioni. Niente di tutto questo, adesso, mi si presenta davanti. Inizio a camminare in una direzione insolita, tronfio per la libertà insperata. Eppure sento di essere trainato. Il mio passo è rapido, falcate lunghe, come avessi un impegno inderogabile che mi attende dall’altro capo della città. E forse ce l’ho davvero, chi lo sa? Forse ho dimenticato un impegno e il mio corpo mi sta trascinando lì di forza. Credo di no, onestamente.

E allora perché, se davvero non ho niente da fare, ora corro? E non sento il piacere del vento che mi accarezza, no. Sento la fatica, il fiatone, il sole che picchia in testa, le gambe indolenzite. Dovrei fermarmi, tirare il fiato, ma di fermarmi, per qualche motivo, non se ne parla proprio. Raggiungo Spaccanapoli. Mi muovo a zigzag tra le persone. “Permesso, permesso, permesso”. Le signore anziane sussultano come sorprese dall’onda d’urto di un ‘direttissimo’ alla stazione di passaggio. Ora anche i fattorini e i camerieri dei ristorantini del centro si fermano e storcono il naso dinanzi a questo galoppo. Al mio cospetto, i lavoratori più indaffarati fanno la figura dei nullafacenti. Sono in una fretta che fa spavento. A me in primis. 

“Dove sto andando? Dove sto andando?” è quello che penso. “Scusi, permesso, grazie” è quello che dico. Ciò che mi spaventa è non sapere dove è il traguardo. Mi sento come un maratoneta che ha imboccato una strada parallela, forse errata, ma la continua a percorrere, anzi accelera speranzoso di ricollegarsi presto al gruppo. Ormai ho spezzato il fiato, ho scoperto energie che non pensavo di avere, mi sento capace di tagliare il traguardo. Se solo sapessi dov’è. Di colpo, un pensiero mi fa sbandare. Per poco non travolgo una guida turistica con l’ombrello in mano e il braccio teso. Il fortuito rallentamento della mia marcia fa sì che il pensiero prenda forma. Ora capisco. Ciò che mi spaventa non è non conoscere la meta, ma non poter sapere se c’è realmente una meta. Sono davvero diretto da qualche parte? E se fossi rimasto intrappolato in una corsa infinita? Se il traguardo si spostasse di qualche metro ad ogni passo che faccio? Se fossi come uno di quei tarantolati che perdono il controllo di sé? Non credo di aver incontrato ragni, figurati la Lycosa tarantula. Eppure come si spiega? 

Ed ecco che sento una fitta interna. La milza mi ordina di fermarmi. Più che rallentare gradualmente, mi arresto di colpo. Rischio di cadere in avanti, con la faccia – stravolta – per terra. Con le ultime energie, di istinto, avanzo il piede destro e riesco a rimanere in equilibrio. Sento la testa che mi gira, un rivolo di sudore mi lambisce le tempie. Non ne potevo più. Vedo una panchina. Un’oasi nel deserto. La tasto prima con una mano per essere certo che non sia un miraggio. È dura e fredda. Mi ci abbandono sopra. In estasi. Riposo qualche minuto. Con spirito rinfrancato, dirigo lo sguardo al cielo. Il dorso della mano mi ripara dal sole allo zenit. Nell’ombra trovo l’illuminazione.

Ecco dove ero diretto. Ecco cosa cercavo. Sopra di me oscillano nel vento molte strambe lanterne. Camicie da notte sospese in aria, legate insieme a gruppi da fili doppi, tesi a qualche metro dal suolo. Sono centinaia, incorniciano per intero le rampe del Salvatore. Hanno un aspetto spettrale, sono fantasmi appena visibili di giorno e luminosi di notte. Avevo visto una foto mesi fa e mi ero promesso di cercarle, non l’avevo fatto. Il mio corpo le aveva trovate e mi aveva condotto lì. Sulla destra, affissa al muro della prima rampa, c’è una targa grande, piena di parole. La descrizione dell’opera. Sarei curioso di leggere cosa rappresentano, chi le ha messe lì, in quale progetto rientrano, ma temo che alzandomi perderei il contatto con loro, con questi fantasmi.

Allora resto fermo, le guardo ondeggiare nel vento, mi perdo nella loro danza. Mi parlano. Ascolto le folate che le attraversano, interpreto i gesti delle maniche che sventolano inconsulte. Mi sembrano vive, fantasmi vitali a loro modo. Non mi interessa più chi le ha ideate, chi le ha cucite, chi le ha pagate. Vorrei restare su questa panchina fino al tramonto, vorrei vederle accendersi una per volta (così la immagino la cerimonia d’accensione), vorrei vederle illuminare le rampe buie e austere. Guardo l’ora sul cellulare, devo andare. Mi alzo e in un soffio di vento una verità sconcertante: “ne è valsa la pena correre fin qui”. 

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