Nella bocca della tigre: Antonio Ligabue in mostra a Napoli

Chiamata con rigore semplicemente Antonio Ligabue, a Castelnuovo va in porto la mostra monografica e retrospettiva del pittore e scultore elvetico trapiantato in Emilia Romagna, e lì divenuto – sebbene tutt’altro che immediatamente riconosciuto – un’icona della cosiddetta arte naïf, o, se si preferisce, una sorta di enigmatico Van Gogh italiano con ambo i piedi nel Novecento. «Occorre chiedersi cosa sia la pittura», ha marcato il curatore Sandro Parmiggiani alla conferenza stampa, sfidando con spirito di serena analisi le incombenze di quei «sofisticati» che rigettano in toto l’opera di Ligabue, perché lontano da manifesti ed avanguardie intellettualistiche.

A Napoli, dopo aver fatto tappa a Palermo e Roma, Antonio Ligabue arriva con la volontà di distribuire in modo uniforme la conoscenza di quest’artista, ma senza la tentazione delle mostre “a valigia” – su cui batte molto l’organizzatore Alessandro Nicosia – che si montano e si smontano identiche in ogni luogo. Quando si tratta di un pittore del genere, ancora così temporalmente vicino ai nostri giorni, e non di un ormai storico campione, occorre anzitutto mostrare chi fosse, che facesse e quali fossero le sue ragioni artistiche.

Idea pienamente colta dal comitato scientifico organizzatore, dove cultura libresca e prossimità personale all’artista si fondono, rappresentate da Sergio Negri, che di Ligabue fu gallerista e amico, e da Sandro Parmiggiani, storico dell’arte e autore del catalogo. L’esposizione è ospitata nella Cappella Palatina, disposta in corsie che scindono in modo cronologico e tematico l’opera del pittore. Principalmente suddividendolo nei tre periodi artistici principali (1928-’39;’39-’52; ’52-’62), ben inquadrati e descritti dalla pannellistica, così come per temi, evidenziandone ad esempio la passione per gli animali, l’opera grafica, da disegnatore, l’intelligente raffronto tra i molteplici autoritratti ed altresì l’attitudine per la piccola scultura.

Al centro – fisico e progettuale – della mostra, è proiettato il documentario “Il vero naïf” di Raffaele Andreassi, del 1962, che mostra vita, attitudini e soprattutto l’indole sui generis dell’artista, più che mai indispensabile per comprenderne l’opera. Soprattutto per chiedersi come potesse nascere, da un uomo apparentemente fragile ed estraneo alle consuetudini comuni, un’arte così schietta e prorompente, dalla cromia quasi più altèra che vivace, fierissimamente esposta agli occhi dello spettatore. Perché dunque naïf? Perché, oltre il significato artistico, naïf significa “nativo”, in qualche modo primitivo nella spontaneità della ricerca pittorica non vincolata alle regole accademiche, ma nemmeno sottomessa ai trend di mercato, spesso vani, di molta arte del Novecento.

Vuol dire, dunque, avere la possibilità di conoscere l’altra faccia della pittura, le cui maniere sono ispirate dagli stessi meccanismi conoscitivi dell’infanzia, ma i cui fini sono rivolti ad una raffinata volontà di rappresentazione, dove nulla è lasciato al caso o all’imprecisione. Basterebbe solo osservare l’accuratezza del manto maculato del suo “Leopardo nella foresta”, in esposizione; d’altronde lo stesso Ligabue sapeva e affermava spesso di essere un grande artista, in una costrizione di vita che lo additava come reietto e folle.

Ciò che massimamente caratterizza la mostra è l’indistricabilità dell’artista dalla sua opera, topos millenario che qui trova solenne espressione. Ligabue, ad esempio, non dipingeva numerosi animali per commissione o per piacere, ma perché in prima persona li allevava e si privava spesso del cibo per sostentarli. “In cambio” riceveva da questi l’esempio della durezza della vita, raffigurandoli spesso nella lotta per la sopravvivenza, quasi fossero un’altra forma di autoritratto implicito.

Esplicito, invece, nei numerosi esempi di autoritratto propriamente detto, che mostrano Antonio Ligabue in un bagno di coscienza momentanea, un momento in cui imprimere se stesso nella sua composizione minuziosa della coscienza, immerso, spesso, nella natura bucolica, sua vera e costante patria, da artista invisibilmente solido perché esiliato e solitario. La riprova di ciò è ignorare l’opera di Ligabue, così come nella possibilità di comprendere cosa ne sia stata la vita.

 

Antonio Ligabue
a cura di Sandro Parmiggiani e Sergio Negri
Napoli, Castelnuovo, Cappella Palatina
11 ottobre – 28 gennaio 2018
Lun – sab: 10:00 – 19:00
Dom: 10:00 – 14:00

Info: http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/33814

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