‘Nun te scurdà’ degli Almamegretta

Nun te scurdà
Nun te scurdà

‘Nun te scurdà’ degli Almamegretta: la donna in questa parte del mondo

Siamo nel 1988 quando Gennaro T, Gemma Aiello e Patrizia Di Fiore scelgono di fondare gli Almamegretta. Il nome deriva dal latino e si ricollega al nostro passato – raccontano – perché porta alla luce una condizione umana che sembra appartenere alla gente del sud: ‘anima che migra’. Un’anima irrequieta, quella del gruppo, che è in continua trasformazione.

Gli Almamegretta trasmettono questo con la loro musica funk, mista all’elettronica e al reggae. Canzoni che traggono molto dal metodo musicale del dub. Diventano così pionieri di un genere sperimentale a Napoli, creando un ponte tra la nostra città e la Giamaica grazie alla voce di Raiz (Gennaro Della Volpe), che subentra e sostituisce Patrizia Di Fiore nel 1991. Oggi Raiz è conosciuto anche per la sua carriera attoriale, infatti, tra i ruoli da lui interpretati, spicca la figura di Don Salvatore Ricci nella celebre serie tv Mare fuori.

La consacrazione del gruppo

La loro storia decolla definitivamente con la pubblicazione degli album Animamigrante e Sanacore. Quest’ultimo fu registrato a Procida per poi essere ‘traghettato’ fino a Londra. Siamo nel 1995 e l’album viene premiato con la Targa Tenco come migliore album in dialetto. Lo stesso premio arriva anche nel 2001 con Imaginaria. Insieme rappresentano uno dei tanti laboratori musicali che popolano gli anni ’90. Sperimentazione, radici, meridione, cambiamento, diritti umani, stigmi sociali… sono queste alcune delle parole chiave che hanno caratterizzato molti dei temi da loro affrontati.

‘Nun te scurdà’

La canzone simbolo degli Almamegretta è senza dubbio ‘Nun te scurdà’. Si narra la storia di una donna che nasce “in questa parte del mondo“. La voce di Raiz interpreta così le parole, i pensieri, le malinconie femminili. È un racconto del ricordo e della sofferenza. In un cerchio che si reitera nel tempo, la vita sessuale di una donna, assieme alla sua libertà di scelta, sono per lei come una gabbia della vergogna che si mescola alla perdita della rispettabilità sociale. La colpa è di provare “chellu fuoco ca te nasce ‘mpietto e ca maje se ne more“, ma che non è capace ancora di dividersi dalla malsana idea che il sesso è una “cosa scurnosa” e che la “femmena ‘a fa sulamente ‘o mumento ca sposa”. E se la regola viene disobbedita, le malelingue si infilano tra le crepe di casa, tra i discorsi dell’ipocrisia e la condanna è veloce quanto la fama…

Mamma, puttana o brutta copia ‘e n’ommo

Chest’è na femmena int’ ‘a chesta parte ‘e munno,

Ca quanno nasce a cchesto è destinata

E si ‘a cummanna ‘o core d’ ‘a ggente è cundannata’.

 E alla gente, ai veli sottili delle apparenze e alle donne, agli uomini, a chi schiaccia con la forza, il fiore della libertà, arriva la risposta nel canto:

A chi me schifa dico vuo’ vede’

Ca ‘o cuorpo tu t’ ‘o vinne comme a me

Nun me suppuorte e chest’ ‘o ssaccio già

I’ songo ‘o specchio addù nun te vulisse maje guarda’.

Le parole del Raiz

Un testo che ci parla ancora oggi, proprio perché nella schiettezza del racconto si cela la verità dell’oppressione, così come lo stesso Raiz ricorda in una sua intervista rilasciata a Rolling Stone: – Nun te scurdà è un pezzo che parla della vita difficile di una donna che si ritrova a fare la prostituta. Lei chiede a chi l’accusa: “Sì, è vero, mi critichi perché io vendo il mio corpo, ma tu non fai la stessa cosa tutti i giorni?” -.

 

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