Quando nominiamo la ‘nziria ci vengono in mente quei “fastidiosi” capricci infantili che fanno “dannare” i genitori. Succede quando un ragazzino s’impunta.
‘A ‘nziria è innanzitutto un’arma appuntita che il bambino – o il ragazzino – usa quando vuole assolutamente qualcosa riguardo alla quale, finora, non è stato accontentato. Non deve trattarsi per forza di un giocattolo, insomma di qualcosa di materiale. ‘O ‘nziriuso può mettere in atto il suo “piano criminale”, ai danno del malcapitato genitore, anche solo se, per strada, vuole fermarsi a sedere, o vuole salire in braccio. O magari ha fame o sete. ‘A ‘nziria è una dichiarazione di guerra.
‘A ‘nziria: crisi incontrollabile o “teatro”?
‘O ‘nziriuso, dunque, ingaggia con tutte le proprie forze una battaglia contro l’essere umano che gli sta più vicino, dal quale, solo, può ricevere soddisfazione riguardo ad un proprio desiderio. ‘A ‘nziria, come dicevamo, è una lotta. Un braccio di ferro.
“Ua’ Ciro, ajere mio figlio pigliaje ‘na ‘nziria ca vuleva pazzià ‘o pallone cu ‘e guagliuni cchiù gruosse, a Capemonte. Madonna e ch’aggio passato! Me ll’aggio cavata ‘a casa, c’ ‘a Playstation. E s’è calmato ‘nu poco”.
Mi è capitato di sentir raccontare “avventure” del genere da alcuni padri, a volte. Mi rendo conto, dunque, che ‘a ‘nziria è qualcosa che “prende”, qualcosa che “si impossessa” di un ragazzino – ad esempio – , il quale poi la sfoga sull’adulto, mettendolo davvero in seria difficoltà… E via col pianto, col “puntare i piedi”, col batterli per terra, col tirare per la giacca il genitore, ecc.
Però attenzione… ‘A ‘nziria non è l’arteteca. L’arteteca è un iperattivismo, in qualche misura, incontrollabile. ‘A ‘nziria “scorre nel sangue”, sì, ma ad un certo punto diventa una “consapevole chance” che il bambino usa come una “spada affilata”.
‘A ‘nziria: possibili etimologie
Varie etimologie sono state proposte dagli studiosi della lingua napoletana, per poter risalire all’origine della parola ‘nziria.
Un primo etimo ci fa saltare fino al latino classico. Il termine in questione sarebbe “insidia”, nel suo senso più letterale, vale a dire “star seduto sopra” (da “in-sidere). In questo caso la parola napoletana richiamerebbe l’atto del “sedersi per terra e non smuoversi”. Insomma, in-puntarsi: fermarsi in un “punto” e non staccarsi più di lì. Tenere il “punto”, forse… “Non vado più avanti finché non mi accontenti”.
È sicuramente un’immagine suggestiva quella di una persona che, magari a braccia conserte – c’è sempre un po’ di teatro nella ‘nziria, come dicevamo – si “fissa” in un punto e non si smuove più di un passo. Pare quasi che la ‘nziria possa essere definita anche uno “sciopero” dai propri atti quotidiani, finchè gli altri non “ammorbidiscono” le proprie posizioni.
Quante volte ho “dichiarato”, davanti ai miei genitori, il classico: “e io non mangio!”. Magari andandomi ad accucciare in un angolino nascosto, ma ben visibile a loro, che dovevano potermi guardare e impietosirsi per il mio digiuno.
Altre etimologie
Un’altra possibilità consiste nel ricondurre “‘nziria” all’unione di “in” ed “ira”. Il termine starebbe, in questo caso, per “andare in ira”. E questa possibilità è già più vicina al “chiasso” piagnucoloso, a volte fatto di grida e lamenti rumorosi, con il quale si manifesta la ‘nziria.
È molto interessante, però, anche la possibile origine dall’altro “versante”, quello greco. ‘Nziria deriverebbe da un’espressione che vuol dire “dissidio”: si tratta dell’unione della particella “sun” (in italiano “con”) e di “eris” (contesa, lite). Eris era, nella religiosità classica, la divinità della discordia. Sun- (‘nz-) ed eris (-iria).
A me questa ultima possibilità appare molto interessante, perché l’“attacco” di ‘nziria assomiglia tantissimo ad una “crisi”, a qualcosa che accade “dentro” e che “tormenta”.
‘Nziria: silenzio o rumore? Teatro o crisi?
I dualismi appena nominati sono forse alcune tra le questioni più “spinose” per “entrare” nel “senso vivo” dell’uso napoletano (l’unico che abbia “diritto di cittadinanza” reale) della parola ‘nziria.
Mettersi nell’angolo, zitto zitto, corrucciato, e aspettare che gli altri “ti pensino”? O “far rumore” in modo insopportabile e snervante con pianti e grida? Probabilmente, trattando della ‘nziria, una risposta univoca non c’è. ‘Nziriuso, con tutto il “fastidio” e il disagio che comporta al genitore, è il bambino che non smette di tirare per la manica l’adulto, senza rumore, semplicemente con la mascella stretta, l’arraggia nel viso e due occhi che lanciano “fiamme d’odio” verso l’adulto.
Sì… ma ‘nziriuso è anche chi pianta una grana fatta di urla di imprecisati decibel, secchi e continui come una sirena della polizia, facendo, tra l’altro, imbarazzare l’accompagnatore adulto davanti alla folla. E magari qualcuno pensa pure: “ma che lo sta scannando al criaturo?”. Insomma, il povero adulto è curnuto e mazziato.
C’è poco da fare: in napoletano ‘a ‘nziria è sì una “crisi”, ma una crisi messa in scena in maniera “fina fina”, per ottenere ciò che si desidera.


