Guappo: tutti, a Napoli, sanno cosa vuol dire. E non fa paura. La “g” scompare, sulla “u” si scivola, e spunta un sorriso.
Eccolo lì, mpont’ ‘o vico, il guappo. Siamo nella Belle Èpoque, magari ai primi del Novecento. Ma giusto per fornire un’ambientazione a quest’incontro. Sembra un ragazzino, sarà alto un metro e sessanta e rotti. Ha le mani affondate nelle enormi sacche del calzone troppo grosso per lui. E, particolare importante, ha il bacino proteso in avanti, quasi a voler dire: “sono un uomo, e ho gli attributi a posto”. Manco a dirlo, poi, dai denti sbuca un mozzicone di sigaretta.
L’“estetica” del guappo
Ciò che ci colpisce – ma non ci stupisce – è che “guapo”, in spagnolo, vuol dire “bello”. ‘O guappo è, innanzitutto, ‘nu bello giovine. E probabilmente i guappi diventavano guappi innanzitutto perché erano ragazzi belli, seducenti, e dunque “carismatici”. Perché il guappo deve “guidare”, deve “stare a capo” di una paranza (di un gruppo cementato da una certa identità, di quartiere o altro). Ed ecco che, con un volo che appare “magico”, il guappo sembra dover possedere le doti della kalokagathìa greca classica (la completezza delle virtù)!
Sì… kalòs e agathòs: “bello” e “buono”. Quel “bello” lo abbiamo chiarito. Quel “buono”, per il guappo, niente ha a che vedere con la gentilezza o la bontà d’animo (anche se il guappo non è una figura crudele). A Napoli ha dda essere bbuono a far questo o a far quello vuol dire semplicemente “deve essere capace”. “Ma chisto è bbuono a pazzià ‘o pallone?” potremmo udire in qualche piazzetta di Napoli, dove c’è un po’ di spazio per sfrenarsi con un Super Santos, e i ragazzini stanno facenno ‘e squadre. Bello e capace, dunque, il guappo.
La camorra non c’entra
Apposta non stiamo considerando “il guappo” come esponente di un clan camorristico, proprio perché il succo più inebriante della parola, quando pronunciata da un napoletano, non ci porta lì. La sostanza del termine “guappo” ed il suo uso “quotidiano” ci conducono ad un “modo di essere”, ad uno “stile”, che nulla ha a che vedere con il “potere criminale”. Anche se, poi, i significati possono toccarsi, mescolarsi, sfociare l’uno nell’altro.
‘O Sarracino e ‘a guapparia
Dunque… osserviamo un altro guappo. Magari a via Toledo. La “vetrina” della città, la sua “passerella” di moda. Si riconosce sùbito. Ce lo descrive Renato Carosone nel testo del ’58 ‘O Sarracino.
Tene ‘e capille ricce ricce/ll’uocchie ‘e brigante e ‘o sole ‘nfaccia/ogne figliola s’appiccia si ‘o vede ‘e passà./Na sigaretta ‘mmocca/na mana dint’a sacca/e se ne va, smargiasso, pe’ tutta ‘a città […]”.
Un “esperto della vita”
Il guappo è uno che è – o mostra di essere – “esperto della vita”. Più avanti prosegue Carosone (dandoci appunto un altro indizio): “bellu guaglione[…]/ è bello ‘e faccia, è bello ‘e core, sape fa ammore”. Il guappo ci sa fare con le femmine, è uno “pratico” delle cose dell’esistenza. Azzardiamo: sa anche “come si fa l’amore carnale”, mentre qualche suo cumpagno deve ancora farne esperienza. ‘O guappo ha vissuto. Egli è quello, del gruppo, che pare più “adulto”, più navigato, e che di conseguenza ha autorità sugli altri.
Non dimentichiamo che il suo sguardo, oltre che “alto” e luminoso (‘o sole nfaccia) è anche pieno di malizia (ll’uocchie ‘e brigante).
A capo della paranza
È chiaro che tutte queste caratteristiche “avvicinano” la figura del guappo a quella di un “piccolo boss del rione”. Ma, ripetiamo, senza che con ciò s’intenda una “affiliazione” di natura criminale. La “prepotenza”, il carisma capace di “sbrogliare” anche le situazioni più spinose che rendono complessa la vita del quartiere, è qualcosa che il guappo esercita senza dover ricorrere alla violenza. Basta che “scenda da casa” e si “metta in mezzo”, ed ogni lite può essere appianata.
In Libero Bovio
Eppure già nel 1914, nel bellissimo testo di Libero Bovio “Guapparìa”, si parla di “malavita” e di “suggità” (gruppo, società…clan). All’alba della Prima Guerra Mondiale ‘o guappo sembra essere “collegato” ad una realtà “fuorilegge”. Ma questo non vuol dire affatto che si tratti di una “comunità camorristica”.
Semplicemente i “guagliuni ‘e malavita” potrebbero essere i ragazzi dei vicoli, o comunque quelli distanti, per nascita e per formazione, dai “borghesi”. Gruppi di ragazzi, magari, costretti, a guadagnarsi da vivere con piccole illegalità o, appunto, “prepotenze” – nel senso più di “ruberie” che di atteggiamenti simili ai “bravi” manzoniani” – . Ragazzi divenuti “guappi” perché la vita li ha fatti forti. Perché la “vita mala” li ha “induriti”.
Nel brano di Bovio un guappo si è innamorato e non è ricambiato. Per lui si tratta di uno “smacco” difficilmente sopportabile, proprio in quanto “capo-paranza”, se vogliamo dir così. ‘O guaglione della canzone, tuttavia, appare molto “giù di corda” più per vero amore che per orgoglio. L’esperto e carismatico ragazzo descrive la “parabola discendente” della propria autostima, sciolta come neve al sole dal “terribile sentimento” della passione per una donna.
‘O guaglione parla di “lei”: “Quanno se ne venette â parta mia/ ero ‘o cchiù guappo ‘e vascio â Sanità./Mo, c’aggio perzo tutt’ ‘a guapparia,/cacciatemmenne ‘a dint’ ‘a suggità!/ Scetateve, guagliune ‘e malavita!”.
È, se ci si fa caso, un brano “straziante”. Anche un guappo può provare lo stesso sentimento di “vuoto” e di mancanza che avverte il protagonista dell’ugualmente “drammatica” Guaglione di quarant’anni dopo. Quest’ultimo è un ragazzino del popolo, non è un guappo. Ma l’amore non risparmia nemmeno la guapparia.
Maradona
Si può “acquistare guapparia” anche quando si sa fare qualcosa molto, ma molto meglio degli altri. Quando si osservano i guagliuncielli che giocano a pallone in mezzo alla strada, è facile che se ne distinguano uno o due che fanno ‘e guappetielli. Sono quelli che sanno giocare meglio, sanno “scartare” (cioè dribblare in lingua napoletana), tenere palla e tirare più forte. “Fare il guappo”, in un contesto come questo, vuol dire “ostentare” la propria “superiorità”, la propria maggiore abilità.
Quando si scontrano due “ugualmente capaci”, è facile che giunga allo scontro: “Ma tu vuo’ fa ‘o guappo cu mme?”. Perché nessuno vuole “cedere lo scettro”. A tal proposito, c’è una canzone del repertorio “classico maradoniano” (cioè i pezzi che hanno per oggetto l’emozione e la gioia per l’acquisto di Maradona da parte del Napoli, negli anni ’80), che ci dice qualcosa riguardo al nostro argomento.
È “‘O tango ‘e Maradona”. L’immagine è proprio quella di Diego che se fa guappo (cioè ostenta la sua bravura ridicolizzando gli avversari). Ad un certo punto l’autore “suggerisce” ironicamente al malcapitato difensore – che a furia di finte e controfinte di Diego sta ballando “il tango e la tarantella” – di provare anche lui ‘na guapparia. Un modo per dimostrare che nemmeno lui è fesso. Ma il rimedio sarà peggiore del male.
“Abballa ‘o tango nmieze ‘e ccosce ‘e Maradona/po’ te mbriachi e si’ cchiammato pruvulone/[…]Si po’ si’ stanco e vuo’ pruvà ‘na guapparia/ p’ ‘o fa fermà ce vo’ sultanto ‘a polizia/ma nun da’ retta, nun ‘a fa’ sta fessaria/ca pure a loro se po’ scartà”.


