Pier Paolo Pasolini e Napoli: un’interpretazione suggestiva
Sappiamo la modalità con la quale Pasolini viveva l’avanzare inesorabile della modernità e della tecnologia, che ‘fagocitava’ sempre più aspetti della ‘giornata umana’: il poeta friulano sentiva tutto ciò come un disperato dramma, alla stregua di una ‘fine’ dell’umanità autentica.
‘Sacche’ di speranza
Nelle borgate degradate di Roma, o in Sicilia, o a Napoli, Pier Paolo Pasolini trovava il ‘conforto’ di un ‘umanità non ancora plasmata dal progresso tecnologico – anche per l’arretratezza e la povertà, certo… – . Più specificamente, a Napoli Pasolini ‘scovava’ una umanità dotata di una – come dire? – strafottenza (nei confronti della tecnocrazia) che per lui aveva qualcosa di ‘sacro’.
Scriveva Pasolini nel 1971:

«Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù, che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere , ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perché questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto».
La vecchia tribù
E ancora: « La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo, a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere; nel frattempo, e per trasferimenti imposti in altri quartieri (per esempio il quartiere Traiano) o per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale!), tale tribù sta diventando altra. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno, quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno dei napoletani trasformati). I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili».


