martedì, 27 Ott, 2020 Espresso napoletano

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Plebiscito: non è andata sempre così

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Da tempo si discute sulla conformazione urbanistica e architettonica di piazza del Plebiscito, in merito al mancato inserimento della stessa nel circuito dei traffici cittadini. La piazza, così com’è strutturata attualmente, appare come un’enorme slargo che finisce con il non avere punti aggreganti. Se, da un lato, a seguito del G7 che si tenne nel 1994 a Napoli, risultò una scelta quanto mai felice l’idea di eliminare lo stazionamento degli autobus e il pubblico parcheggio che era diventato un tutt’uno con l’insula monumentale, va altresì detto che è stato fatto ben poco per rendere appetibilmente fruibile questo importante e prestigioso angolo della città.
Ci si ricorda della piazza napoletana per antonomasia solo allorquando, a seguito della monumentalità degli spazi e degli edifici che ne fanno da ineguagliabile sfondo, vengono organizzati concerti, manifestazioni o discutibili iniziative di carattere artistico.
Ebbene, le cose però a quanto pare non sono andate sempre così.
Gli antichi avevano infatti le idee ben chiare su come valorizzare questo straordinario apparato architettonico, un tempo fulcro del potere e della mondanità della Capitale borbonica.
Lo testimonia un manifesto stampato ad opera dell’Intendenza della Provincia di Napoli, per promuovere l’esposizione delle manifatture del Regno delle Due Sicilie che si tenne nel 1844.
In questo prezioso documento, sottratto all’oblio, tra le altre cose è possibile leggere quanto segue:
“Volendo S.M. promuovere con tutt’i mezzi le arte e le manifatture del Regno si è degnata ordinare, che in quest’anno abbia luogo la pubblica esposizione delle Manifatture, ed una Fiera da cominciare il dì 30 Maggio, e durare per giorni otto, destinando per sala di esposizione il gran peristilio della Chiesa di S. Francesco di Paola rimpetto alla Reggia, e per La Fiera il Porticato a destra del detto locale con le botteghe annesse, ove i manifatturieri potranno situare i rispettivi generi per farne smercio, onde dimostrare al Pubblico che le industrie del Regno non si riducono alle sole manifatture esposte in sala”.
Mentre in altri termini “il gran peristilio” oggi è una sorta di pubblico orinatoio alla mercé di vandali e loschi figuri, emerge, in tutta la sua pragmatica efficienza, la destinazione d’uso che si prevedeva per gli ambienti a ridosso del colonnato, della quale da anni si discute senza aver trovato, a tutt’oggi, una soluzione.
Se pensiamo che il manifesto in questione è del 1844, è davvero sorprendente il constatare la lungimiranza e l’intuizione nel comprendere che un’opera architettonica così scenografica potesse prestarsi magistralmente per mostrare il meglio di quanto si produceva nel vecchio Regno.
Fa davvero specie il dover registrare che questa intuizione sia invece oggi di scottante attualità, in quanto sia il colonnato che la piazza tutta risultano un enorme potenziale inespresso, sulla falsariga di quanto avviene in diversi ambiti nella nostra città.
Il manifesto recita inoltre “Che le manifatture da spedirsi debbano essere consegnate al Segretario del Real Istituto d’Incoraggiamento Cavalier D. Francesco Cantarelli”.
Inoltre, con grande precisione e segno di un’organizzazione meticolosa, “Che i saggi delle manifatture debbano esser presentati non più tardi del giorno 30 Aprile di quest’anno, onde aversi il tempo necessario a potersi mettere in ordine”.
E ancora, “Che tutt’i manufatturieri e fabbricanti che godono una privativa, o altro incoraggiamento, non presentando de’ campioni lodevoli delle rispettive manifatture all’esposizione, s’intendano decaduti dai privilegi e dalle grazie ottenute”.
Come dire, non crogiolatevi sugli allori, ma datevi da fare per concorrere allo sviluppo e alla crescita della nostra economia.
Per incentivare la partecipazione, si fa presente “Che saranno sempre preferiti nel conseguimento di Sovrane concessioni quei fabbricanti e manifatturieri, che presenteranno i saggi delle loro manifatture nella suddetta esposizione”.
Inoltre, quasi a mettere in guardia per scongiurare un disimpegno e lassismo, si ammoniva “Che i saggi da presentarsi non debbano essere di così piccola quantità, da non potersi bene esaminare per farsene pieno giudizio”.
Infine, “Che ciascun saggio debba essere compagnato da un notamento, che indichi il luogo ove la manifattura trovasi stabilita, ed il prezzo della vendita effettiva per ciascuna canna, o per ciascun oggetto di quelli che verranno esposti, senza alterazione alcuna”, e inoltre, “Che i notamenti suaccennati debbano essere inviati al Segretario suddetto, almeno otto giorni prima della consegna de’ saggi che verranno presentarsi per esporsi, onde se ne possa far menzione nell’elenco stampato, che l’Istituto d’incoraggiamento umilierà a S.M.”.
Segue la rassicurazione ai partecipanti all’esposizione, nella quale si fa presente che “Finalmente, che terminata la esposizione, saranno esattamente restituiti a ciascun fabbricante e manifatturiere tutti i campioni che avran presentati, dopo però che l’Istituto avrà dato il suo giudizio su i premii che potranno essere accordati”.
Firmato, l’Intendente Principe di Ottajano e Segretario generale Barone Gio. Lentini, dalla Stamperia dell’Amministrazione Provinciale e Comunale di Napoli.
Da questo manifesto della prima metà del XIX secolo si può dunque trovare, se non la risoluzione, una qualche risposta di come, sulla scorta di quanto già realizzato in epoche a noi remote, si potrebbe fare per promuovere questa preziosa realtà architettonica.
Un importante contributo per valorizzare la piazza fu dato nel 1885 in occasione dell’inaugurazione dell’acquedotto del Serino, quando si pensò di dotare il monumentale slargo di una fontana marmorea. L’effetto risultò davvero gradevole e in breve tempo la nuova fontana venne immortalata nelle miriadi di incisioni e cartoline, conferendo alla piazza un effetto di leggiadria ed ulteriore eleganza in quanto s’inseriva armonicamente tra le preesistenze architettoniche.
Smontata, si disse per lavori di manutenzione, da anni, come spesso avviene in questi casi, della stessa non si è saputo più nulla.
Anche le fontane, a giudicare dalle travagliate vicende delle quali sono state nel corso dei secoli malcapitate protagoniste, sembrano non avere pace nella nostra città.
A tal fine, pare che nell’ambito del futuro riassetto di piazza Municipio, i nostri amministratori abbiano previsto di collocare nello spazio antistante palazzo S. Giacomo, la monumentale fontana del Nettuno. Detta collocazione risulterebbe oltremodo improvvida in quanto inattendibile sia dal punto di vista storico, la fontana è stata infatti oggetto di svariati spostamenti nel corso dei secoli ma non ha mai trovato collocazione in piazza Municipio, sia per motivi di carattere architettonico, in quanto striderebbe, come peraltro avveniva nell’ambito della precedente sistemazione in piazza della Borsa, con gli edifici di carattere ottocentesco.
Non risulta idonea neanche l’attuale collocazione in via Medina, dalla quale la fontana prende il nome in quanto nell’ambito dei continui spostamenti dei quali è stata oggetto, in questa strada ha trovato sistemazione per un maggior arco di tempo. Pur avendo infatti dimensioni e fattezze monumentali, lo spazio nel quale è inserita, appare angusto, pertanto lo stesso finisce con lo svilirne l’eleganza dei particolari scultorei e l’originalità dell’impianto scenico.
Sebbene invero coraggiosa, stando alle antiche collocazioni e a quanto previsto per i futuri scenari, risulterebbe altresì più idonea la sistemazione di questa meravigliosa fontana in piazza del Plebiscito. D’altro canto, sarebbe comunque un ritorno in una delle sedi originarie, in quanto tra i tanti spostamenti, nel 1622, venne collocata anche nel largo del Palazzo Vicereale.
Nella piazza del Plebiscito, a dispetto delle tante proposte che suonano come forzature architettoniche per contrasti di epoche e stilemi, troverebbe, al contrario, il massimo risalto e la più adeguata valorizzazione.
Per perorare l’ipotesi di una sistemazione della cinquecentesca fontana nell’antico largo di Palazzo, è opportuno inoltre ricordare che molto probabilmente l’autore del disegno della fontana fu per l’appunto Domenico Fontana, nomen omen, al quale si deve anche la Reggia di Napoli.