Portatori di civiltà aliene

Invasion of the Barbarians or The Huns approaching Rome - Color Painting

Quando il nobile gallico Rutilio Namaziano, già prefetto di Roma, intraprende nei primi del quinto secolo – a ridosso, dunque, della drammatica avanzata di Alarico – il viaggio di ritorno a casa, per occuparsi delle proprie terre sconvolte dalle invasioni dei Goti, rimane turbato profondamente da quello che vede dal mare (la via più sicura in quel momento) lungo le coste: lo racconta poi nel “De reditu”, un piccolo poema (che ha ispirato anche un film, dallo stesso titolo, “De reditu – Il ritorno”, realizzato nel 2003).

de redditu

Come Elio Aristide aveva descritto giardini, fontane, palazzi, ginnasii, opere d’arte, di un mondo civilizzato all’apice del suo splendore, che esaltava lo sguardo e l’animo del viaggiatore del secondo secolo, così lo scenario che si pone sotto gli occhi di Rutilio è, invece, assai desolante:

“Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa,

immensi spalti ha consunto il tempo vorace.

Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,

giacciono tetti sepolti in vasti ruderi.

Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino:

ecco che possono anche le città morire” (1.399-414)

de reditu

Queste erano, dunque, le conseguenze della caduta delle barriere militari, ma prima politiche, sociali e culturali entro le quali l’impero romano era riuscito, per molti secoli fino ad allora, ad organizzare le proprie relazioni con i popoli limitrofi. Quella caduta aveva comportato un netto cambiamento anche nelle coscienze verso lo straniero, improvvisamente nemico, ostile, diverso. “Barbaro” (onomatopeicamente inabile, cioè, al linguaggio, tanto da balbettare) è epiteto che rimanda ad una generica estraneità rispetto alla civiltà romana, non meglio circostanziato, se non per le difficoltà che il suo destinatario rivela nel momento della comunicazione: sono barbari gli Unni e i Persiani, i Vandali e gli Arabi. Ciononostante, una massiccia immigrazione di barbari era stata non solo tollerata, ma addirittura incentivata dal governo Romano, per risolvere la crisi di reclutamento delle truppe a cominciare già dal terzo secolo, o per ripopolare le campagne. Serbatoio naturale di forza-lavoro e di manodopera, aspiravano spesso ad un’integrazione completa, che in certi casi ne avrebbe coinvolto anche la sfera personale e religiosa: molti conoscevano e ammiravano lingua e tradizioni latine.

barbari

Certo, alcuni eventi, fra quarto e quinto secolo, determinarono la rottura di questa delicata armonia: la corruzione degli uffici amministrativi, che gestivano l’ingresso di immigrati e deportati; un forte vuoto nel potere centrale; fame e carestie che creavano il bisogno cogente di approvvigionamenti, da procurarsi eventualmente scambiando bottini di guerre; l’incertezza dell’allocazione di queste masse, sempre più grandi, e gravanti sulle popolazioni provinciali in maniera sempre più massiccia e disordinata…

Accadde, forse, anche dell’altro: molte sono le descrizioni che ci hanno lasciato scrittori, storici, poeti, da cui traspare la forte percezione della fine di un’epoca, proprio attraverso il contatto violento con popoli che realmente erano, o in alcuni casi apparvero improvvisamente (in una situazione nuova, di aumento incontrollato dell’usuale flusso migratorio) lontanissimi, rappresentanti di civiltà aliene, senza leggi scritte, senza città, portatori di culture diverse. Ciò fece sì che l’ingresso, in questi casi avvenuto in modo armato e aggressivo, sfociato nelle cosiddette invasioni barbariche, producesse conseguenze effettivamente terribili: certi avvenimenti, come il sacco di Roma del 410, sconvolsero gli animi creando un’eco duratura.
Non sembrava possibile che l’impero Romano, praticamente eterno, dovesse fare i conti con la sua fine.

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