martedì, 14 Lug, 2020 Espresso napoletano

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Sabatino Scia: lucida, sana follia

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“Hai freddo, Sabatino?”.

“No”.

“E, allora perché non togli il cappotto?”.

“Sto bene così, mi protegge”.

Può essere questa la cifra del favolista di animali, senza tempo e senza età: un viso greco, scolpito, giovane ma di stampo antico, i capelli neri corti e ricci, un profilo acuto, Occhi profondi, un parlare quasi senza muovere le labbra, a volte afono eppure più espressivo di mille fonemi, scandito dal disegnare atmosfere di pensiero con le sue dita affusolate, prensili, lui presente e altrove al tempo stesso. Anni? Chissà, età indefinibile, ma, in ogni caso, non è un dato interessante. Perché, poi, scopri, spesso, che l’età – o lo scorrere del tempo – non sempre è sinonimo di saggezza e viceversa.

Scia: qualcuno che ti studia, ti ‘fiuta’- et pour cause, vedremo -, si protegge, ti protegge. Dall’inutilità dell’ovvio: e se tu non sei tra coloro che lui ritiene capaci di ‘protestare’ alla vita, fa un giro di parole, ti spiazza, non risponde a tono. Con noi? Un attimo: poi ci accoglie, tra quelli che vivono, soffrono, gioiscono, hanno ancora voglia di stupirsi. E diventa bambino, lo stupore dell’innocenza.

Una vita variegata, ricca di mille emozioni, folle e saggia: ecco, la ‘follia’ vitale è un sentiero da percorrere spesso per parlare di Scia, delle sue favole, dei suoi incontri. Quella lucida, sana ‘follia’ di Erasmo, di Bruno, di Francesco, di Chiara, di ogni genio al di sopra di ogni miseria umana.

Di Alda Merini, il cui lungo periodo in manicomio – qui, parrebbe poter definirsi follia tout court, ma non è così -, voluto, agognato, imposto, ha, anch’esso, saputo dare uno dei più alti poeti-esseri umani del ’900. E, forse non a caso, Scia vive un lungo sodalizio artistico, letterario, con l’Alda ‘Alda cara’, come ne scrive Sabatino – che varrebbe la pena essere più conosciuto e, magari, trasposto in pièce teatrale, un dialogo tra due poeti, perché lo si possa sviscerare lungo ogni piega del nostro essere. Perché fa bene vivere, o almeno, testimoniare, incontri così. Lungo un’epoca frettolosa, distratta, superficiale, sciocca. Per usare termini ‘urbani’.

Scia nasce a Pianura, quartiere periferico di Napoli che, ancor oggi, non ha molta voglia di farsi ‘conoscere’. Poi… eventi negativi… lo portano alla ribalta delle cronache, suo malgrado. E Scia sembra davvero inverare due aspetti ancora certi del quartiere: Pianura come sparuta enclave campestre, riparo imprevisto dal furioso cemento dei parchi e parchetti del boom edilizio degli anni ’60-‘70, sconfinanti in ogni quartiere. Ma, anche, Pianura come terra del piperno, roccia piroclastica, alias formazione vulcanica molto più antica del cosiddetto tufo giallo napoletano: Soccavo, Pianura, oltre che per l’economia prevalentemente agricola sono note, da secoli, per aver dato vita alla figura dei ‘mastri pipernieri’: “l’avvio di questa caratteristica attività – scrive Giovanni Liccardo – si fa risalire al 1250, tempo in cui probabilmente si determinarono i presupposti di uno stabile insediamento urbano legato all’attività estrattiva della roccia. Per la sua consistenza lapidea e la resistenza all’usura, è stata usata come rivestimento di costruzioni – Maschio Angioino o Chiesa del Gesù Nuovo – o per l’intera realizzazione, tipo il Chiostro di San Marcellino o il Cortile delle Statue”.

Si sa, ovunque, ma soprattutto a Napoli, dalla civiltà antichissima e multiforme, ecco i modi di dire, spesso irridenti: qui, a Pianura, nasce ‘faccia ‘e piperno’, come dire ‘faccia tosta’. E Scia è una ‘faccia tosta’ positiva, uno che non chiede, che è. E basta. Raro, vero?

Ma, come un po’ ovunque, tranne nelle zone recenti ‘di fondazione’, la nostra città nasconde tesori, architettonici o botanici: qui, il luogo è più geloso che altrove, vigneti di uve speciali e agrumeti che, all’improvviso donano esplosione di colori e di profumi. Scia – che ora vive tra Latina e Quarto, di acquisizione -, conserva e porta nelle sue straordinarie favole l’eco del piperno e dell’uva, quella del provocante aspro-dolce vino fragolino.

“Sì, io nasco a Pianura, ov’è ancora una casa antica molto grande, ci racconta, da una famiglia storica di ‘vammane’, un po’ ‘levatrici’, un po’ capaci di togliere o buttare il malocchio: ma sì, prevedono anche un po’ il futuro. Prendono i parti – o prendevano -, ma possono fare, in altri casi, anche il malo occhio, colpire con lo sguardo. I miei animali, buoni, cattivi, dolci e servizievoli o furbi e permalosi, in fondo nascono anche da questo. Non avrei potuto scrivere queste favole se non fossi nato e vissuto qui, ‘provinciale’ doc”.

Sì, ancora una volta, a Napoli, i quartieri, o ancor più i vecchi casali, si sentono provincia. Migliore, peggiore? Diversa. E, così, dopo altri mestieri, autodidatta, Scia lavora molto tra la gente durante il periodo del terremoto, della ricostruzione, legge e rilegge i classici – i suoi preferiti, Verga, Pirandello, Cecov, Hesse – e studia a fondo Pinocchio. Ma, creativo naif, deve liberare il suo talento. “L’idea in Pinocchio è vincente – ci dice, facendoci vivere una sorta di tavolo di Geppetto che dà di spatola e di punteruolo, si ferma, rimira, non è mai soddisfatto -, ma io sentivo che era altro che cercavo. Mesi di ricerca. Un giorno passo da Port’Alba e tra tanti libri usati, consumati, trovo le favole di Esopo. Cominciai a divorarlo già per strada. Poi scoprii che Esopo era stato condannato a morte a Delfi sotto la falsa accusa di furto sacrilego. In realtà aveva scritto, o parlato, contro i sacerdoti di Delfi, prima forte forma di protesta. Intanto i suoi animali mi attirano sempre più: la sua metafora, ben più forte della satira, più tarda e costruita, mi fa capire che io ho già tutto tra le mani. Meglio la metafora, però, gli animali al posto degli umani: i personaggi li ho vissuti tutti, è più forte di loro essere ‘guappi’. Persino prima di morire, vogliono esserlo. Guai alla malattia di protagonismo totalitarista: genera l’invidia e la cattiveria. Certo, se nasci cattivo al Rione Traiano diventi camorrista; a Posillipo, riesci a fare, che so, il penalista. Ed ecco le mie favole, la protesta. Molto diverse dalla fiaba, percorsa dalla magia, dal sogno. La favola sostituisce, per me, anche la politica: la sinistra francese ed italiana inviavano gli scrittori a visitare i kolchoz; essi tornavano indottrinati e non si accorgevano di quanto le ‘fattorie’ comuniste fossero ‘buone’ solo per i turisti…”.

Dunque scrittore per caso, ma predestinato, intriso di semplicità e di affabulazione, di legame con il furore del vulcanesimo e con la paciosa imponenza della natura. Decide, così, diversi anni fa, di seguire a Firenze un Seminario sulla scrittura tenuto da Dacia Maraini che, nella prefazione al libro di Scia, “C’era una volta la carestia nel bosco”, 1996, scrive, “la sua faccia arguta, gentile e candida, mi faceva pensare ad un animale, ma quale? Era comunque una faccia che metteva allegria, parte di una storia tutta da inventare e da giocare”. E Scia sottolinea come, dopo, andando a Roma, per frequentare un Corso di scrittura drammaturgica, sempre della Maraini, sente che sta facendo “una cosa seria, devo scrivere. Scrivete i fatti – ci diceva Dacia -, siate semplici. Poi mi accorgevo che i corsi servono per tante cose, principalmente come terapia del guardarti dentro e come socializzazione”. E la scrittrice aggiunge: “generoso, cortese, gli davo da scrivere dialoghi per il teatro ma lui ogni volta se ne veniva anche con una favola, in versi o in prosa, in forma narrata o dialogata, ma si trattava sempre di animali dalla testa umana, dediti alla difficile arte della contemplazione e dell’analisi del mondo intorno a loro. Sono favole che conoscono l’umorismo amaro della sconfitta, la crudeltà della resa e della spoliazione”.

La sua favola di protesta (il suo sito recita proprio così: www.unafavolaperprotesta.com), non poteva che nascere nel Mediterraneo, in un ambiente fortemente affollato, dal clima ameno, dai quattro raccolti all’anno: “gli uomini del nord Europa – riflette a voce alta -, hanno difficoltà in tutto, lontani, clima duro da cui poche coltivazioni ma hanno la forte volontà di  voler sopravvivere: noi, fortunati, quasi dobbiamo distruggere ciò che Madre Natura ci ha dato…”. Teatrale inconscio, diventa anche, negli ultimi vent’anni, pittore: temi preferiti, gli emarginati e gli animali, spesso nobili e consapevoli, comunque emarginati da chi, molti, li vede privi d’intuito o d’intelligenza. Protesta degli schiavi e delle classi deboli che si servono degli animali come portavoce delle loro frustrazioni per l’impossibilità di attaccare direttamente i potenti. Poi, frequentando gli ambienti letterari, sempre rimanendo se stesso, conosce il critico Francesco D’Episcopo che gli presenta Maria Orsini Natale: insieme scriveranno “Favole a due voci”. “La sua – scrive la Orsini -, non è mai semplice riverbero di una vana fantasia, ma frammento di antichissimi miti, testimonianza di remoto intendere la natura negli sconcerti e nei suoi incanti. ‘Sconcerti’? Come non pensare, oggi, allo splendido testo, ‘Sconcerto’, scritto, interpretato e diretto da Toni Servillo che quasi costringe all’afonia, di fronte all’impossibilità di volerci essere senza alcun compromesso?

Dunque, Scia come classico, ieri e domani, che “si libra, felice e sorprendente – scrive D’Episcopo – nel cielo di una fantasia fortemente originale, personale, singolare, mentre la stessa lingua si presta ad essere investita da una tempesta metaforica di sensi e controsensi che mostrano la straordinaria potenzialità semantica e strutturale di un vocabolario sconfinato”. Sì, sconfinato, unico, quando si riesce a scrivere che, “il Mastino postino abbaiava ricordi” o il nano “Gioppino che orchestrava le manine per l’aria”! Onomatopeica, languore al tramonto, musica: d’un tratto ci rivediamo a Colmar con le favole appese ai fili della corrente elettrica, in una primavera di tanti anni fa! L’accordéon per strada, il lampionaio a fare luce ad un mondo magico, Nino Rota, i colori-non colori di Luzzati, Fellini che arriva per caso e lo zio che grida, dolce e forsennato, di volere una donna: una favola di Scia può farci davvero volare, ovunque, Mary Poppins d’illusioni e di candore. Favole che non hanno bisogno del camino per essere lette, ascoltate, anzi: occorrerebbe farle proprie sempre, oggi più che mai, per astrarsi e poi, subito dopo, tornare con i piedi per terra. Per dirci che abbiamo ancora tanto da poter fare per non volerci troppo male.

Anche il grande Mario Luzi scrive di Scia, nella prefazione ad “Alda ed io”, pur rammaricando l’ombra attuale del genere favolistico, di “qualità narrative eccellenti, con allusioni tutt’altro che pedisseque: forse circola nella ilarità di fondo della prosa di Scia, l’inconscio e conscio sottinteso che l’uomo qui adombrato è più che un animale? Nei momenti di più fantasioso estro, nei quali immette potenzialità insolite, in queste ‘sgrammaticature’, si può immaginare una grammatica diversa a noi impenetrabile”.

Pironti, Graus, Mursia, oltre ad altri editori, hanno fatto da corona a Sabatino Scia, conteur di esopiche rimembranze ma, oggi, di nuovi paladini di Orlando, troppo timidi per essere ascoltati, che volentieri hanno appunto passato il testimone ai ‘cugini animali’.

Abbiamo fatto cenno ad “Alda ed io”: ecco l’incontro. A Procida, Premio Elsa Morante, 1994: “Alda era la poesia, vomitava poesia, non era mai ragionata – dice Scia, lucidamente ‘poeta’ come lei – in pochi attimi ti dipingeva, scrivendo per te e non per altri. Ingenua, di una bontà estrema, che distribuiva senza ‘farsi alcun conto’, mai. Vita intensa, dura, ma l’infanzia non era stata complicata: con il padre stava bene. Poi il resto, gli incontri sbagliati, ma sempre, la sua innocenza. La sua sbandierata libertà sessuale? Molto meno vera che raccontata, anche attraverso il suo linguaggio senza sovrastrutture. Sì, andavo spesso a Milano, a trovarla, i navigli, i suoi amici, le figlie, un mondo”. Sicuramente Alda e Sabatino erano in sintonia, forse senza neppure parlarsi, valori e misticismo da vendere entrambi: e se “Alda ed io”, vede, stimolante, la stessa favola scritta da due punti di vista diversi, il poeta e il cantastorie mordace ma puro, ecco che “Favoleggiamo”, ci propone una sorta di commento-riflessione della Merini per ogni favola. Con discrezione e affetto. Ma, forse, la poetessa non sa che riesce anche, nuovamente, a darci una nuova versione, pur meno pedagogica di quella scritta per ‘Alda ed io’. Più distaccata – era già ammalata? – ma più corrosiva: un esempio per tutte. In ‘La dittatura dura – non dura. Timisoara 1989’, Scia scrive che “nell’anticamera di quell’ufficio puzzolente, quella gallina strilla coccodeando che quel tacchino dev’essere portato in macelleria. È un nemico della dittatura dura. Il tacchino, con la testa abbassata, non si capacita del suo stato (…). Poi all’improvviso entra un maiale e grugnendo saluta alzando la zampa (…). Un verro, una scrofa che strillano piangendo e grugnendo (…). Ed è il crollo, il crollo! Capite (…). Ed il tacchino rinviene ed istericamente piange e ride”. La Merini risponde e ‘pensa’ poesia, pulizia: “interessante questa trasformazione di aguzzini in animali (…). L’uomo impone aborti alla natura. E le dittature? Ne muore una e ne rinasce un’altra. Io ho tanto bisogno di amore. Sono come una bambina appena nata. E tu?”.

Quasi un testamento. Perché tre autrici hanno avuto così importanza per la sua formazione, Scia, e quali sintonie?

“Anche Luzi e D’Episcopo sono stati fondamentali per me, insieme con il mondo che osservo. Sempre. Le autrici? No, un caso. La Maraini, scelta, per imparare. Infatti ho appreso un metodo di lavoro. Creatura ‘guidata’, fortunata sin da giovanissima, in fondo, anche se, poi, molto brava; la Orsini Natale l’ho conosciuta poco: non saprei esprimermi; Alda Merini? Unica, l’ho detto, buona, poetessa in ogni attimo della sua vita, anche religiosamente partecipativa. Adorava Francesco di Assisi”.

Napoletano, Scia? Certo, tale prima di nascere. “Antico, atellano, arcaico, mediterraneo”, come ha scritto Maraini, amico ma anche antagonista dei suoi animali che parlano, vivono, colpiscono ma sono anche compagni di strada fedeli. Quelli, in fondo, che vorrebbe vedere attorno a sé Scia, bella persona, oggi più verosimile che vera.