domenica, 12 Lug, 2020 Espresso napoletano

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Santa Luciella, il ‘teschio con le orecchie’

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Un filo tutt’altro che sottile lega la Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo ed il suo ipogeo a Santa Luciella, una piccola chiesa nascosta nel fitto dedalo di stradine del centro storico della città, situata in uno dei cardini che tagliano perpendicolarmente via San Biagio dei Librai. Entrambe, infatti, stanno vivendo un momento particolarmente fortunato grazie all’impegno profuso dall’Associazione ‘Respiriamo Arte’, intenta da diversi anni a restituire alla città luoghi di cui era stata da tempo privata.

Le porte di Santa Luciella sono rimaste chiuse per trentacinque anni, in attesa che le sue inusuali maioliche settecentesche, i marmi policromi del suo altare ed il candido celeste del suo intonaco potessero tornare a raccontare una storia secolare che perdura dal 1327, seppur interrotta dall’indifferenza verso il patrimonio cosiddetto ‘minore’ di edifici di culto antichi ed opere d’arte. In tale data Bartolomeo di Capua, giureconsulto di Roberto I d’Angiò, decise di fondare quella che in origine doveva apparire come una piccola cappella di impianto gotico di cui resta memoria nelle caratteristiche finestre che affacciano sull’adiacente stradina e nelle magnifiche volte a crociera. Soltanto nel 1508, con la nascita della Corporazione dei pipernieri – come riportato in una fonte databile intorno al 1804 – la cappella divenne sede dei corporati, ripercorrendo le orme della già citata Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, sede della Corporazione dell’Arte della Seta.

Santa Luciella

Il motivo dell’interesse per questo luogo, tuttavia, non può e non riesce a fermarsi in superficie e, ricordando che per svelare la natura più intima della nostra città bisogna talvolta scavare letteralmente in profondità, ci spinge ancora una volta qualche metro al di sotto del piano stradale. Dalla sacrestia quadrata adiacente all’unica navata della chiesa una scala conduce ad un ambiente ipogeo conforme alla struttura delle tante terresante della città, luoghi adoperati per la sepoltura fino alla costruzione dei primi cimiteri al di fuori delle mura urbiche. L’immagine che si presenta agli occhi del visitatore è di particolare suggestione: una cornice classicheggiante corre percorrendo quasi tutto il perimetro della stanza ipogea, ospitando una serie altrettanto lunga di teschi impolverati. Spostarli avrebbe compromesso la loro integrità, pertanto la disposizione in cui possiamo osservarli oggi è con grande probabilità esattamente quella originaria. Mentre lo sguardo scorre veloce da un reperto all’altro, tentando invano di carpire da quel mucchio di resti qualche informazione in più sulla loro breve e caduca parentesi mondana, inevitabilmente una buona dose di stupore insorge quando gli occhi si posano sul ‘teschio con le orecchie’.

Santa Luciella

Per uno strano processo di conservazione questo teschio conserva ancora della cartilagine nella parte bassa di entrambi i lobi e sembra effettivamente che la sorte gli abbia riservato un destino diverso da tutte le altre anime che hanno lasciato qui le loro umane vestigia. Lo stato di abbandono in cui ha versato Santa Luciella per decenni ha impedito che si indagasse sul teschio, ma, nonostante non se ne conoscano il sesso, l’età ed il motivo del decesso, esso rimanda ad una tradizione iconografica ben consolidata. Poco distante da questa chiesa, nelle stanze del MANN dedicate all’arte musiva, uno tra i più antichi Memento mori raffigurante un teschio dotato di orecchie sottintende esplicitamente la capacità dell’orecchio di porsi come elemento continuativo della memoria.Tra gli altri oggetti rinvenuti in questo ambiente alcuni si collocano poi in un rapporto di continuità con la tradizione legata al culto delle anime ‘pezzentelle’; si tratta in buona parte di ex-voto in argento lasciati da chi chiedeva o riceveva una grazia. Non a caso molti di essi ritraggono parti del corpo o piccole figure intere, a testimonianza del male fisico da cui si era guariti o per cui si chiedeva la guarigione. Le donne più anziane del circondario rievocano spesso il periodo in cui le loro madri e nonne erano solite recarsi in questo ipogeo a pregare, e non risulta difficile immaginare quanto fossero più frequenti le preghiere rivolte proprio al ‘teschio con le orecchie’.

Santa Luciella

Era infatti convinzione comune che, data la sua peculiarità,questo potesse effettivamente ascoltare meglio di tutti gli altri non solo le parole, ma anche il dolore che sovente accompagnava quelle disperate richieste di aiuto. Se da un lato questa pratica sembra confinata ad un passato irrimediabilmente perduto, dall’altro è suggestivo osservare ancora oggi la frequente comparsa di immaginette sacre e piccoli rosari in questo luogo, eventi che lasciano spazio ad un’ultima considerazione sul carattere di questi spazi. Se l’uomo ha istintivamente associato lo spazio del sottosuolo a dimensioni ultraterrene condite di mistero ed inafferrabilità, è errato associare tale spazio necessariamente ad una condizione di sofferenza. Gli ex-voto ne sono una prova: probabilmente chi si recava qui per lasciarne uno non aspettava altro che risalire in superficie e gioire del miracolo avvenuto. Era segno che la preghiera non era stata vana, che il ‘teschio con le orecchie’ aveva effettivamente ‘ascoltato’.

Appassionato e studente di architettura da un lato e rigoroso ordinatore di pensieri, frasi, parole dall’altro; eternamente proteso, dunque, verso la ricerca sia di forme che di parole atte ad una comunicazione visiva e letteraria efficace. Cultore del Bello e fervente credente nella sua capacità di ispirare azioni, educare gli animi e disegnare scenari fecondi anche laddove sembri non possano sussistere. La mia suggestione per Napoli? Niente di più che una sintesi del tutto personale di Architettura, Letteratura e Bellezza.