domenica, 08 Dic, 2019 Espresso napoletano

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Se vico Belledonne a Chiaia diventasse ‘vico Luciano De Crescenzo’

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La morte di Luciano De Crescenzo ha generato un naturale desiderio di commemorazione, che va attuato. Sull’onda del lutto, lo scorso luglio è stata fatta l’ipotesi di intitolargli una strada che un nome ce l’ha già: vico Belledonne a Chiaia. E cambiare il nome ad una strada è molto più che un aggiornamento burocratico.

A rendersi conto per primi dell’intoppo che ne potrebbe scaturire sono stati Renata De Lorenzo e Leonardo Di Mauro. Cambiare titolatura vuol dire anzitutto alterare la storia. Non stiamo parlando infatti di un nuovo quartiere bisognoso di identità. Ma di un ex-borgo, quello di Chiaia, che si è sviluppato sostanzialmente dal tardo Settecento, fino ad ottenere, sì, quell’allure aristocratica attuale, scandita da palazzi nobiliari ancora classici e da un ventaglio di fondazioni liberty che raccontano l’ascesa della borghesia novecentesca e l’associazione del borgo alla city, ma è fatta anche di vicoli e di edicole, che ricordano un passato vissuto tra il mare e la campagna, popolano.

Vico Belledonne, con il prossimo vico dei Sospiri, rievocano nei loro toponimi la storia di una frequentazione “allegra” di quei luoghi. Esattamente come piazza del Plebiscito, via Toledo, piazza Mercato, cui nessuno si sognerebbe di cambiar nome, raccontano eventi, o usi, o legami con l’Europa. Perché farlo con un piccolo vicolo, il cui nome suona – oggi – grazioso, complice e ammiccante? È tempo di valutare soluzioni, anche tenendo conto che i regolamenti urbanistici prevedrebbero  un lasso di dieci anni dalla morte del titolando, e che per Pino Daniele è stata fatta già eccezione. Una proposta, già avanzata da Di Mauro, immagina la titolatura di una fondazione sul lungo mare. Una statua, un cippo con una targa. E sarebbe ora, in effetti, che si imparasse a ‘ricordare’ un gran napoletano, non tanto per quest’ultimo, ma per chi resta. Ovvero, dare lavoro ad artisti per nuovi (bei) monumenti, e con questi riassestare le strade e migliorare la viabilità. Ecco a cosa servirebbe, anche praticamente, un monumento a De Crescenzo, che non fosse solo un cimelio lasciato per strada.

E poi, ancora, prendendo a modello il sistema viennese: perché non omaggiare i domicili delle grandi personalità con una targa ed un doppio tricolore? Senza arrivare agli ironici eccessi della tedesca Tubinga, dove un’iscrizione commemora perfino il luogo in cui vomitò Ghoete, un segnacolo ben evidente del passaggio di un grande della Storia significa impreziosire la memoria: ma anche l’intonaco dell’edificio che lo ospita, la visibilità del b&b che ha magari lì sede, del bar vicino, che può dedicargli un cocktail. E chi più ne ha, più ne metta, creando un circolo virtuoso, sia sociale che economico. Nella città che forse sola al mondo ha un Largo Corpo di Napoli – un toponimo che racconta il centro perfetto e millenario della comunità – cambiare nomi già storicizzati dovrebbe esser questione da prendere molto con le pinze. E poi, perché cambiare un nome ad un vicolo lasciandone identico il sito, mentre tutto scorre, nella realtà, come la tradizione fa dire ad Eraclito, amico stretto del professor Bellavista?