sabato, 06 Giu, 2020 Espresso napoletano

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Spostare l’orizzonte

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«Eravamo un gruppo di ragazzi che faceva musica (…). Eravamo i capelloni della scuola, con tutta la serie di problemi che comportava il nostro modo di essere: i genitori degli altri ragazzi si lamentavano perché avremmo potuto essere un seme infestante, un esempio di perdizione senza speranza di recupero, un’ondata di corruzione per l’animo delicato dei loro figli». Esordisce così Eugenio Finardi, raccontando delle sue prime esperienze musicali nella band della scuola americana che frequentava a Milano nella biografia scritta a quattro mani con Antonio G. D’Errico dal titolo Spostare l’orizzonte – Come sopravvivere a quarant’anni di vita rock (Rizzoli, pp.236, euro 18).

libro Finardi

Figlio di madre statunitense (cantante lirica) e di padre bergamasco (tecnico del suono), dopo l’esperienza di un disco di canzoni per bambini all’età di nove anni (Palloncino rosso fuoco), il cantautore, conosciuto in quegli anni nell’ambiente musicale col nomignolo di Gegé, inizia la sua carriera negli anni Settanta come musicista rock, in gruppi quali i Tiger, Il Pacco e L’Enorme Maria. È proprio grazie a quest’ultimo che entra in contatto con il giovane chitarrista italo-brasiliano Alberto Camerini. Ma il successo vero e proprio arriva nel 1976 con l’album Sugo che contiene due delle sue canzoni più famose: La radio e Musica Ribelle. Il volume è il racconto di tutta la sua vita, della sua musica e del rapporto con sua figlia, affetta dalla sindrome di Down.
«La musica, allora, era per me un’espressione di libertà, era condivisione di sentimenti, di rivendicazioni. Non era godimento personale, ricerca di un piacere astratto. La mia musica era il blues, con tutte le sue implicazioni, era la musica dei neri, da Harry Belafonte a Lena Horne, da Robert Johnson a Miles Davis. Le loro canzoni ogni tanto arrivavano in Italia, si ascoltavano anche a casa mia: non c’era solo l’opera. In realtà la mia vera scoperta del blues è avvenuta quando, nel ‘65, ho visto per la prima volta i Rolling Stones in tivù, a tredici anni, a casa di mia nonna in New Jersey». E dei suoi esordi e della sua prima band, nata sui banchi di scuola, che annoverava tra le sue fila Alberto Camerini, Roberto Colombo, l’hammondista Pepè Gagliardi, il bassista Alberto Tenconi e il batterista Alessandro Vitale, racconta: «Il nostro repertorio si basava fondamentalmente sui Rolling Stones. Proprio coi loro pezzi abbiamo vinto il festival delle band scolastiche al Bang Bang, un locale di allora, in rappresentanza della scuola americana, perché il Beccaria era rappresentato dagli Stormy Six.»
Parla delle sue hits e di come ‹‹ci sono certe canzoni che esprimono con tutta la drammaticità la condizione in cui eravamo sprofondati››, facendo un chiaro riferimento ai momenti difficili e ai dolori della sua vita. Dopo il divorzio e altri momenti critici della sua esistenza, Finardi si confessa senza rete e parla del suo rapporto con la figlia Elettra, che lo spinge a fare i conti con nuovi interrogativi sulla diversità. ‹‹È lei, Elettra, mia figlia, che mi ha consentito di diventare ciò che sono oggi. Sono sempre stato pervaso da un grande senso di incompiutezza e in parte la mia crisi derivava dalle mie origini miste che affondano le radici nell’humus americano e italiano. Ma l’arrivo di mia figlia mi ha spinto a interrogarmi sull’essenza dell’uomo. E queste domande possono essere la speranza che ti spinge a superare il tuo orizzonte. È lei il motivo per cui ho cominciato a reagire e il lottare della Musica Ribelle si è trasformato in qualcosa di concreto, quotidiano››.