Storia del Vomero, tra lavannare e stile Liberty

La storia del Vomero
La storia del Vomero

La storia del Vomero è ricchissima: è la vicenda di un agglomerato di villaggi contadini che diventò il quartiere fashion di Napoli.

Nel Cinquecento poteva capitare, a Napoli, di incontrare gruppi di persone che salivano festanti ncopp’ ‘o Vommero. Erano tante queste “comitive” che, facenn’ un’anema e curaggio, si apprestavano a scalare la strada verso la collina. Ma pareva ci tenessero, ad arrivare lassù. Perché? E, anzitutto, cos’era questo “Vomero”? Pareva richiamare il nome di un attrezzo contadino, il vomere, appunto. E, in effetti, così era. Si consumava, sulla collina, un “rito fondativo” per la storia del Vomero.

La storia del Vomero e una… “olimpiade contadina”

Cosa andavano a vedere, sudando lungo la salita, quei gruppi di persone? Beh… dei “giochi” contadini. Più precisamente, il “gioco del vomere”. Forse la storia di un luogo comincia quando tale luogo viene “battezzato” col nome che conserverà sempre. Se fosse così, la storia del Vomero potrebbe essere raccontata a partire da queste “olimpiadi di campagna”. Esse attiravano e divertivano anche “quelli di giù”, quelli “di Napoli”.

I “cafoni” della collina si sfidavano a tracciare, con gli aratri, il solco più dritto. Immagino dovesse essere uno “spettacolo” sfizioso da guardare. Magari i “cittadini” sceglievano uno dei partecipanti alla “competizione”, e… facevano il tifo per lui.

Probabilmente, alla fine della gara, scorreva vino paesano, insieme al buonumore. E – perché no? – qualcuno del “borgo” di giù adocchiava qualche giovane contadina. Si invaghiva del suo sguardo e delle forme seducenti. Anche perché si sa…: le ragazze di campagna “scoppiano di salute”!

Dunque quando si diceva “jamme ncopp’ ‘o Vommero”, si intendeva “addò pazzeano c’ ‘o vommere”, più o meno. Poi le espressioni, nella storia, si “restringono”, si spogliano degli elementi di cui possono spogliarsi, e ciò che rimane è un “nudo” nome. ‘O Vommero (‘o vommere). Il Vomero.

L’Arcadia di Partenope

Dunque il Vomero, in un certo senso, ha sempre rappresentato un’“esperienza” particolare per i napoletani della “città di giù”, congestionata e caotica. E questo ben prima che diventasse il quartiere elegante e “aristocratico” che è stato dalla fine dell’Ottocento. In un certo senso, il Vomero era un po’ l’Arcadia dei figli di Partenope. Il popolo del mare si concedeva una scampagnata, una “villeggiatura” lunga una giornata.

Salivano, i napoletani, ad arricchirsi di odori e sapori “altri”, di incontri con gente appicciata dal sole che batteva sui campi. E forse qualcuno, come detto, inciampava anche nell’amore. Certamente nei casali c’era qualche contadina bella da “far male”. E allora quella ragazza penetrava come ‘nu pappece tra la mente e il cuore. E si desiderava solo portarsela lontano, tra l’erba, i grilli e la luna. Senza tanti pensieri o troppe promesse. La testa si sgombrava, nel silenzio di quel cielo così ampio. Di certo più vasto di quello di giù.

 No…è molto di più, il Vomero

Magari qualche ragazza del “paese”, che voleva fare colpo su qualche guaglione “di giù Napoli”, a un certo punto accennava ad un canto, con voce sottile. Quasi a fingere indifferenza riguardo alla “corte” che le faceva il cittadino. E i versi facevano così: “Tu m’aje prommiso quatto moccatura/oje mocccatura, oje moccatura … /E si no quatto embe’, dammenne doje…/ Chillo ch’è ncuollo a tte nn’è rroba toja…”.

È il canto delle lavandaie del Vomero. E allora no… e allora non è vero che la storia di un luogo inizia coll’imposizione del nome che sarà “per sempre”. Perché qua siamo andati indietro nientemeno che fino al Medioevo. Il canto è del XIII secolo… e la storia del Vomero è già bell’e che iniziata. Ci mancherebbe. Si tratta della prima testimonianza di canzone napoletana di cui disponiamo.

Sì… a quanto pare la canzone napoletana è nata al Vomero. ‘E muccature sono “i fazzoletti”. E i versi possono essere interpretati semplicemente come il dialogo scherzoso tra un ragazzo e una lavandaia. Esiste però un’altra interpretazione: i “fazzoletti” sarebbero i “fazzoletti di terra”, e la composizione avrebbe carattere “politico”. Più precisamente, sarebbe una protesta contro Alfonso d’Aragona, “reo” di aver promesso ai contadini alcune terre, e di non aver mantenuto la parola. Però in tal caso bisognerebbe “trasportare” il canto fino al XV secolo, con il dominio aragonese! Probabilmente i versi sono “soltanto” dei dolcissimi canti di lavoro, intonati dalle lavannare per ritmare i movimenti della fatica come una danza.

Antignano

Ce vedimmo a Antignano…”: poteva suonare così la promessa di rivedersi, tra due ragazzi che si erano conosciuti al “gioco del vomere”, sulla collina. Ma Antignano ci porta ancora più indietro, nel tempo: la “via Antiniana” era, infatti, nel II secolo d.C., la strada che dalla città (più o meno da piazza San Domenico) conduceva alla zona flegrea. Il nome deriva forse da “ante Agnano”, in quanto passava davanti al Lago di Agnano, appunto nei Campi Flegrei.

Questa strada era chiamata, precedentemente, “via Puteolis Neapolim per colles”. La via da Napoli a Pozzuoli attraverso le colline. Queste ultime indicano, ovviamente, il Vomero. Lungo questo immenso “camminamento”, nel Medioevo, sorsero più di cinquanta “casali”, abitati da contadini che scendevano in città per vendere i loro prodotti. “Antignano”, nome a noi familiarissimo, era uno di questi casali. Ed è proprio il rione Antignano che conosciamo, col mercato e quella atmosfera quasi di rarefatta antichità… Pare, Antignano, un “pezzo di Decumani”, tagliato e portato sul Vomero.

Ma il punto è che siamo arrivati addirittura nel tardo-antico… E allora – è sempre più evidente – non è vero che il Vomero ha una storia meno intensa di quella della Neapolis greco-romana. La storia del Vomero, al contrario, è densissima. Anche al Vomero tutto è saturo di storia.

 La “reggia” del Vomero

Nel 1817, quando la storia del Vomero era già “storia dell’aristocrazia” napoletana e spagnola almeno da un secolo e mezzo, ci fu un altro evento fondamentale per l’identità vomerese. Ferdinando I di Borbone acquisì una splendida villa, un “polmone” verde laddove secoli prima c’era stata solo campagna. Parliamo della Floridiana. Non ci si pensa tanto, ma in un certo senso Ferdinando si era assicurato un’altra “reggia”. Come Portici, Capodimonte o i tanti altri “siti reali” del vesuviano, la Floridiana assicurava ai sovrani il possesso di una residenza nel verde, in una zona alta e meno caotica della “città”.

Il Risanamento e il Liberty

Nel 1885, nell’ambito della legge “per il Risanamento di Napoli”, la zona del Vomero fu scelta per ospitare un nucleo abitativo del tutto nuovo, che sarebbe diventato la residenza di tante famiglie dell’alta borghesia napoletana. Sorgevano splendidi palazzi e ville in stile Liberty, e pian piano iniziava non “la storia”, bensì “un’altra storia” del Vomero. Ma, come abbiamo visto, questo quartiere – tutto da scoprire – di storia era già colmo.

 

 

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