mercoledì, 30 Set, 2020 Espresso napoletano

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“TERANGA – Life In the Waiting Room” in anteprima mondiale a Napoli

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Un intenso e tenace progetto di narrazione cinematografica. Il documentario TERANGA – Life In the Waiting Room racconta la vita avventurosa, e la nuova biografia in evoluzione, di Fata e Yankuba. Due giovani uomini africani in viaggio nel mondo alla ricerca di una esistenza indipendente. A firmare la regia – il progetto è ambientato a Napoli e in Campania – c’è un tris di autrici british: Sophia Rose Seymour, Daisy Squires e Lou Marillier.  Più in particolare, Seymour è immigrata a Napoli da Londra cinque anni fa, dove si occupava di musica.  Il documentario uscirà a febbraio sulla piattaforma internet del quotidiano inglese Guardian ma sabato 25 gennaio, alle 20, all’ ex Asilo Filangieri di Napoli sarà proiettato in anteprima mondiale.  
 

Intervista alle registe Sophia Rose Seymour, Lou Marillier e Daisy Squires

Le 3 registe (da sinistra a destra): Daisy Squires, Lou Marillier, Sophia Rose Seymour

In quale modo avete conosciuto Fata e Yankuba e perché avete pensato che le loro due storie meritassero un documentario?

Sophia Rose Seymour: “Mi sono trasferita a Napoli nel 2015, nel mezzo della crisi dei rifugiati che accadeva in Europa. Volevo aiutare qualcuno in qualche modo e ho fatto la traduttrice per un dottore in un centro d’accoglienza. Ho rapidamente abbandonato il progetto perché ero sconvolta dal modo in cui i giovani venivano sfruttati per guadagni privati e non volevo restare imprigionata in quel sistema. Nel corso dei mesi ho incontrato alcuni rifugiati nei dintorni di Napoli, li ho invitati a casa per cucinare, usare il wi-fi e passare il tempo in uno spazio sicuro, lontano dalle pressioni e dall’atmosfera negativa della vita nel CAS. Fata e Yankuba sono state le prime persone con cui ho stretto amicizia: Fata voleva mostrarmi come cucinare il cibo gambiano e Yanks e io creavamo un rapporto discutendo di letteratura e musica. Con Yankuba decidemmo di creare una rivista online (Nata Nyola Migrant Journal) per pubblicare articoli scritti dai migranti. Mi sono resa rapidamente conto di quanto più si può fare per aiutarli, essendo una amica affidabile, lontano dalle disparità di potere delle cooperative sociali. Sono stata in grado di offrire un tetto sopra le loro teste e offrire consigli. A mia volta, man mano, sono stata invitata da loro nella comunità di migranti in piazza Garibaldi (un luogo che è offuscato da certa negatività ma che è piuttosto gioioso quando lo conosci), in ristoranti segreti, discoteche e feste di compleanno e religiose. Sono stata colpita dalla capacità di recupero e intraprendenza della comunità e dalla loro gentilezza nei miei confronti. Insieme a Daisy e Lou ho sentito il desiderio di raccontare la storia di queste persone dinamiche e stimolanti che sono state così spesso negate e ostacolate dai mass media e dai pregiudizi sociali in generale. Questo ha portato alla necessità di raccontare la storia di questa vita invisibile in attesa di documenti fondamentali e di come gli esseri umani sopravvivono nonostante le avversità estreme”.

C’è tanta musica in questo film che avete diretto. Era stata una vostra intenzione fin dal primo momento o dialogando con i 2 protagonisti avete capito che era essenziale avere questo ritmo?

Lou Marillier: “La nostra idea originale era di documentare il modo in cui sentivamo che Napoli per i migranti era diventata una gigantesca sala d’attesa, in cui le persone aspettano anni prima di ricevere i loro documenti, e quanto sia violento questo processo. È come una tortura psicologica, soprattutto considerando il trauma che molti hanno sofferto nel loro viaggio per arrivare fino a qui. Dopo un po’, le persone iniziano a costruirsi una vita in quella sala d’aspetto, ed è qui che abbiamo notato che la musica e la danza hanno avuto un ruolo indispensabile. Abbiamo deciso di concentrarci su questo aspetto dopo essere state invitate alla festa dell’Associazione italo-gambiana al club Teranga in piazza Bellini per filmare in video la cerimonia. A un certo punto, abbiamo smesso di ballare e ci siamo guardate intorno e ci siamo rese conto di quanto trauma collettivo e malinconia ci fossero, nonostante tutte le danze, i salti in giro e il canto. A questo punto avevamo ascoltato così tante storie di giovani uomini in quel club e abbiamo davvero capito quanto fossero importanti queste poche ore di svago per sfuggire alle realtà dei campi di accoglienza provvisoria e della vita come richiedenti asilo in Italia, oggi. Tutti abbiamo bisogno di fuggire e abbiamo pensato che questa fosse una storia così riconoscibile e importante da dover essere raccontata: volevamo dimostrare che per quanto difficili siano le condizioni di sopravvivenza quotidiana, gli essere umani si sforzano ancora di amare la vita, qua e là sorridendo e provando a divertirsi. Facendo i conti con ogni sofferenza interiore”.

In Italia si parla tantissimo di immigrazione, permessi di soggiorno, attività di volontariato, porti aperti, soccorsi in mare, diritti civili dei rifugiati. E in “Teranga” ci sono un paio di frammenti espliciti in cui si cita l’ex ministro degli Interni, Matteo Salvini. Cosa desiderate avvenga grazie al vostro film?

Daisy Squires: “Volevamo che il nostro film ‘umanizzasse’ i numeri e le statistiche delle persone che arrivavano dall’Africa occidentale. Qualche politico come Salvini guadagna popolarità capitalizzando sulla paura e l’ignoranza del tema e volevamo decostruire tutto ciò, mostrando Fata e Yankuba intimamente e mostrandoli come giovani ambiziosi, gentili, generosi e di talento. Disposti a trarre il meglio dalla loro nuova vita. Volevamo che le persone guardassero il film e sentissero come se conoscessero Yankuba e Fata quasi amici, capendo che sono giovani come noi, con speranze e sogni, amici e famiglia, amori e passioni. Yankuba vuole diventare un biochimico e Fata vuole essere un dj. Sono giovani che possono offrire così tanto a tutti in Europa. Volevamo che fossero apprezzati dalle persone che vedranno il nostro documentario e speriamo che ciò possa eliminare parte della paura che spesso ispira la politica anti-immigrazione”.

The Guardian. Che importanza ha per voi un progetto del genere?

“Siamo onorate che il nostro film abbia il sostegno della testata giornalistica The Guardian – commentano Seymour, Squires e Marillier – poiché è una piattaforma internazionale di vasta portata e siamo entusiaste del fatto che attraverso il Guardian il film sarà disponibile online, gratuitamente, e per sempre. È un’intesa e un’occasione importante perché vogliamo che quanti più spettatori lo vedano e incontrino Yankuba e Fata per comprendere che siamo tutti esseri umani. Speriamo che questo cambierà gli atteggiamenti verso il concetto di immigrazione”.

Le dichiarazioni dei protagonisti Fata e Yankuba

Da sinistra: Yankuba e Fata

Fata: tu cerchi la salvezza attraverso la musica, che ti permette anche di viaggiare per il mondo. Perché il ritmo può diventare il tuo futuro e cosa riesci a sopportare quando ti esibisci in consolle?

Sto ancora lavorando duramente e cerco di essere disponibile e amichevole con il maggior numero di persone possibile. Sto facendo di tutto per seguire il mio sogno e viaggiare per il mondo suonando. Sì, la musica è la mia salvezza quando mi esibisco davanti alle persone. Mi sento così felice quando vedo tutte le loro facce sorridenti. È un’emozione incredibile per me.                          

Yankuba: racconti della improvvisa malattia di tua madre proprio mentre tu senti di avere trovato la salvezza e (forse) una casa. E forse un posto all’università, magari in Galles. Cosa vorresti che le persone capissero guardando questo film?

Ho partecipato alla realizzazione del documentario per dimostrare che lasciamo le nostre case perché siamo costretti a farlo, ma siamo pieni di speranza e ambizione. Siamo pronti ad eccellere, se e quando ci viene data l’opportunità. “TERANGA” racconta chi sono i migranti, nonostante quello che dicono i media o i politici in genere.

 
 
 

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