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Un bimbo di marmo bianco e un invito: look down

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11 novembre 2020

È una di quelle giornate in cui al sole sembra giugno inoltrato e all’ombra si torna a gelare. Ma il cielo è talmente limpido è terso che non si può resistere all’idea di una piccola passeggiata in centro – nel rispetto di tutte le norme anti-assembramento –, magari proprio col naso all’insù e il viso investito dal sole, nella speranza di fare scorta di vitamina D. Quasi per caso ci si ritrova a Piazza del Plebiscito. Non si sa il perché: semplicemente è una tappa fissa. Si nota però qualcosa di piccolo e bianco adagiato al centro della piazza, con un capannello di persone tutte intorno.
Si tratta di Look-down, un bimbo di marmo bianco rannicchiato e incatenato. È l’opera di Jago che da qualche giorno invita i cittadini napoletani a “guardare in basso”. Quindi niente cielo terso e naso all’insù.

Cosa si potrebbe pensare a guardarla per la prima volta? L’arte è qualcosa di pubblico e personale allo stesso tempo, capace di spaccare, non in due, ma in molteplici opinioni diverse, un singolo oggetto. Provando a chiedere a quel capannello di persone, si ascoltano frammenti di interpretazioni che possono stupire quanto l’opera stessa.

foto di Antonio Scarpato

“Sai, mi fa pensare alla prigione che stiamo vivendo”

“A me ricorda l’abbandono. Di un bambino, certo… ma anche della città. Come se fossimo abbandonati a noi stessi”
“Mah, secondo me non è stata messa davanti a una chiesa per caso.”

“Scusatemi, ma la catena sarebbe il cordone ombelicale? A me sembra una catena e basta. Come a voler dire: sei legato a questa terra, a quest’epoca, a quello che stiamo vivendo”

Non mi dite niente, ma mi ricorda quelle catene che tutti ci portiamo dietro… e alla nudità che ci rende deboli”.

L’autore, Jago, ha detto a Repubblica che ha ribattezzato l’opera Look-down per indirizzare lo sguardo in basso, verso gli ultimi, i fragili che oggi sono ancora più fragili e con meno voce di ieri. “Ma”, avverte, “non devo spiegare nulla. Ciascuno ci leggerà ciò che vede”.

Forse ha ragione chi ha detto che il luogo dell’installazione non è stato scelto a caso. Fa un certo effetto non solo per l’imponenza della piazza, ma per la Basilica reale che sì sembra abbracciare l’opera ma la lascia comunque fuori, sul freddo della pietra.

Probabilmente la si guarderà per un po’, ascoltando qualche altro commento da un altro passante, ma poi si ritornerà alla propria passeggiata. Forse si potrà prendere un caffè. Anche il venditore ambulante che ha tentato di vendere i suoi cornetti portafortuna continua con la sua giornata.

Ecco, la vita continua. Anche intorno all’abbandono, alle prigioni e con le catene che ci portiamo in giro. Continua anche adesso, che di pesi e catene ne condividiamo più di prima. Magari, però, da oggi con un occhio forse non diverso, ma almeno puntato anche verso il basso.