Vesuvio, l’ultima eruzione nel 1944

Vesuvio
Vesuvio

A meno di cinque mesi dalle eroiche Quattro Giornate di Napoli il nostro vulcano si faceva sentire in modo tremendo. Il popolo napoletano, che aveva i bombardamenti ancora negli occhi, vide il Vesuvio bruciare. Napoli fu risparmiata dalla direzione favorevole dei venti, ma in provincia il bilancio fu tragico.

A osservare le foto in bianco e nero dell’eruzione del’44, la prima cosa che affiora alla mente è il fungo atomico. Chiaramente dell’immagine drammatica di Hiroshima non si aveva ancora nessuna idea. Ma impressiona quella colonna eruttiva sospesa tra la terra e il cielo, come farina che lievita. L’ultima volta che il Vesuvio aveva mostrato la sua forza in tal modo, e anche di più, era datata 1631. Fu un’eruzione di enorme violenza. Persino nella valle di Spoleto si udirono “botte e rimbombi come d’artiglieria” che parvero vicinissimi, come notano i cronisti dell’epoca. Napoli viveva un periodo di fame e sommosse. Quell’esplosione ai napoletani parve un segno terribile di sventura, forse di resa alla malasorte. Anche nel ’44 il vulcano gettava sale sulle ferite di quattro anni di guerra.

L’Osservatorio Vesuviano e la cronaca del disastro

Nel 1944 era direttore dell’Osservatorio Giuseppe Imbò, che rischiò seriamente la propria vita per monitorare l’eruzione del Vesuvio. La sede nella quale lavorò dal 18 al 29 marzo – l’arco temporale del fenomeno – si trovava sul fianco orientale dello sterminator Vesevo, a 608 metri sul livello del mare. Imbò non si allontanò mai da lassù. Rimase al suo posto anche nella fase delle bombe vulcaniche più intense e dell’attività piroclastica più violenta. Molto, della documentazione sulle fasi e sull’evoluzione dell’eruzione, è dovuto al suo coraggio e alla sua passione. Nei primi giorni il Vesuvio effuse lava che raggiunse, precipitando giù, una velocità distruttiva. Il 21 marzo San Sebastiano e Massa furono coperte dal fiume di fuoco. È doveroso ricordare che le truppe Alleate salvarono, in quel principio di primavera, almeno settemila persone, evacuandole prontamente prima del disastro. Ma altre fasi della rabbia del vulcano si preparavano.

I giorni più tragici

Dal 21 marzo il comportamento del Vesuvio cambiò, quasi crescesse la sua ira. Otto fontane di lava si alzarono verso il cielo, ricordate come spettacolari. I materiali piroclastici si riversarono verso l’Agro Nocerino-Sarnese. Nel secondo giorno di primavera il Vesuvio fu ancora più spietato. Cominciarono le vere e proprie esplosioni, con una colonna eruttiva che si alzò in cielo in maniera impressionante, per più di 5 km. Era il terrificante, scuro fungo di fuoco e fumo di cui parlavamo. Cominciarono a contarsi le vittime, almeno ventitrè, a causa del crollo dei tetti nei paesi coperti e pressati dalla cenere. Il 24 marzo la montagna, ancora non doma, eruttò cenere chiara, che imbiancò la cima come neve. Ma fino al 29 marzo si contarono almeno altre ventuno vittime. Pompei, Terzigno, Scafati, Nocera, dovevano di nuovo ricostruire, come se non fosse bastato l’orrore della guerra. Napoli fu salvata soltanto dal vento.

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