Villa Ebe e l’incendio che l’ha quasi cancellata

Ricordo ancora la telefonata di papà per comunicarmi che il Castello sulle Rampe nuove a Pizzofalcone era in fiamme: era il 2000 ed un incendio doloso incenerì Villa Ebe, compresa la bellissima scala elicoidale.

Rimasero in piedi le pietre vesuviane esterne che, fortunatamente, sono ancora lì a ricordare questo bellissimo edificio. Gli abusivi, che ancora oggi abitano quelle rampe, non volevano che il Castello fosse il volano per futuri progetti che coinvolgessero una zona di Napoli di particolare interesse storico, e fosse il motivo del loro sgombro.

Riguardo all’incendio si ipotizzarono due piste: la prima voleva che fossero stati gli abusivi stessi ad appiccare il fuoco, la seconda individuò come responsabili alcuni ragazzini del pallonetto armati di taniche di benzina. La follia e l’ignoranza hanno fatto bruciare per ore questo gioiello di architettura internazionale; dal mare si è assistito, inermi, ad uno spettacolo triste e angosciante. Gli arredi andarono completamente distrutti e gli sciacalli depredano ciò che era rimasto al suo interno.

Questa è stata la fine del sogno del romantico itinerario che da via Chiatamone portava alle Montagnelle, il belvedere stagliato sul mare aperto, lì dove i Greci si insediarono e diedero vita al primo centro abitativo, l’acropoli di Palepoli. 

Cenni storici

Villa Ebe, anche nota come Castello di Pizzofalcone, è una palazzina neogotica che sorge sul fianco occidentale del Monte Echia a Napoli, in cima alle antiche rampe in pietra tufacea di Pizzofalcone, nel quartiere San Ferdinando. La villa fu costruita nel 1922 secondo il gusto e lo stile vittoriano dell’architetto ed urbanista Lamont Young che, circa vent’anni prima, si occupò dell’edificazione del castello Aselmeyer, che possiamo ammirare su Corso Vittorio Emanuele. 

Il castello fu la residenza personale dell’architetto napoletano, che vi abitò fino alla morte avvenuta per suicidio nella stessa villa. Un’altra ala del complesso fu abitata dalla famiglia Astarita ma andò definitivamente distrutta di seguito a un bombardamento degli alleati durante la seconda guerra mondiale.

Il nome Ebe deriva da quello della giovane moglie di Young, la quale continuò a dimorarvi fino al 1970; negli anni a seguire, i suoi eredi ne alienarono la proprietà al Comune di Napoli. 

I fondi mai spesi

Il complesso è stato negli anni completamente abbandonato.

Un progetto di valorizzazione fu approvato nel 2005 non è stato, però, mai avviato. In esso si immaginava la villa trasformata in un grande museo interattivo, sede di mostre e convegni, dedicato all’architettura liberty; si prevedeva, inoltre, la risistemazione della terrazza panoramica che gode di una vista a 360° sul golfo e l’installazione su di essa di un moderno periscopio, secondo il modello della Torre di Tavira a Cadice.

Nonostante nel luglio 2008 la Regione Campania abbia approvato un finanziamento con fondi europei dei lavori di ristrutturazione e riutilizzo del sito per un totale di 3.350.000 euro, queste risorse non sono mai state utilizzate per la sua ristrutturazione.

Gli amministratori promettono adeguamenti e verifiche del progetto del 2005 alle esigenze più moderne, ma, ad oggi, il castello verte sempre in uno stato di abbandono, senza sorveglianza e rimane terra di nessuno in cui chiunque, compresi i barboni possono entrarvi e restarci.

Si dice a Napoli “A che vale tenè nu bacillo d’ore quanne ce jett’‘o sanghe a rinte?”. Sembra la maledizione eterna della nostra città quella di avere ricchezze enormi e non riuscire a farne il nostro vantaggio competitivo.

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