Vincenzo Salemme: “centro” e “periferie” di un comico

Vincenzo Salemme. Già. “e fuori nevica”. “Premiata Pasticceria Bellavista”. Vincenzo, Nando e Carlo. Salemme, Paone, Buccirosso. Abbiamo riso, pianto, riflettuto. Ma non è ancora tutto.

Vincenzo Salemme è nato a Bacoli. Spiagge meravigliose, terme romane. Mèta di villeggiatura di tanti napoletani. Vincenzo da ragazzo ha studiato eccome. Si è diplomato al classico, al liceo Umberto di Napoli, e poi si è iscritto a Lettere alla Federico II. Anche la “gavetta” artistica è di altissimo livello: ha cominciato con Tato Russo per proseguire nella Compagnia nientemeno che di Edoardo De Filippo. Sì, De Filippo. Salemme ha lavorato con Edoardo fino alla morte di quest’ultimo, nel 1984.

La “comicità” di Vincenzo Salemme

Il volto di Vincenzo Salemme non è il volto di un comico. Ma cos’è il volto di un comico? Probabilmente questo è un interrogativo che non ha molto senso. Eppure… la “faccia” e lo sguardo di Vincenzo, appena il loro “proprietario” lo desidera, si trasformano immediatamente in “una storia” tutta da ridere. Il viso di Vincenzo Salemme è come una “maschera” che si scioglie e si raggruma. A comando. “A disposizione” di Salemme stesso.

Ed ecco che lo sguardo profondamente malinconico di un attore che affronta nelle sue commedie i temi dell’assurdo, della follia, della morte, all’improvviso – come rispunnenn’ a ‘na chiammata – muta come un “das” tra le mani di un bambino. E allora ecco una faccia imbarazzata e “ridicola”, un naso arricciato ed una bocca che diventano un punto di domanda diverso, caratteristico di quella napoletanità che “sa” che non esistono risposte al “tragico”. Ed allora “ride” delle proprie elucubrazioni , dei propri interrogativi.

L’attore “comico” e la morte

La comicità di Vincenzo Salemme, forse, è una di quelle comicità che “esplodono”, necessarie come il pane o come il respiro, quando si arriva al vuoto totale di risposte possibili. È, insomma, a mio parere, una comicità “spessa”, “seria” (cioè che non si “avventa” sulle cose senza pensare). Una comicità “garbata”, il cui “portatore” sa che si può e si deve ironizzare, per non morire, anche davanti alla morte. Perché la morte va sfottuta. E ciò è vero appunto perché essa è la “fine” di ogni parola, di ogni sfottò e di ogni ironia. E allora alla chiammata al sorriso s’ha dda risponnere primma, ché sennò è inutile. Credo che queste caratteristiche di Vincenzo non possano essere estranee alla sua formazione edoardiana.

Cultura e “comicità”

Ultimamente vediamo Vincenzo Salemme partecipare come ospite, in genere in giuria, a talent show o a programmi come Tale e Quale Show, veri “fari” serali della Rai, per gli ascolti che ottengono. E quando Vincenzo deve esprimere i propri giudizi su un’imitazione, una interpretazione canora, rimaniamo sempre colpiti e ammirati per i tanti riferimenti  “colti” che Salemme inserisce nelle sue argomentazioni.

Il punto è proprio che ci sarebbe da “smetterla” di restare sorpresi. Perché il comico di Bacoli (come è nella “maestosa” tradizione attoriale comica partenopea (da Totò a Troisi a Lello Arena…e poi all’infinito) è la dimostrazione vivente che non si può far ridere se non si conosce. Se, cioè, si è chiusi in un proprio mondo e si è impermeabili al doloroso formarsi della cultura umana.

E non è una questione di classi sociali. Anche un comico senza scola, pur non “conoscendo”, può benissimo sapere tanto della vita. Altrimenti non potrebbe eccitare il riso sincero di nessuno. Il comico, il grande comico (ci prendiamo tutta la responsabilità di quanto scriviamo) è un intellettuale. Uno a cui non è estraneo il travaglio culturale del mondo che abita. Lo era Totò, lo era Troisi, lo è Arena (solo per confermare gli esempi già citati, ovviamente…).

Il contagio” (2017): una prova esemplare

Nel 2017 Vincenzo Salemme ha partecipato ad un film presentato alle Giornate degli Autori al Festival di Venezia. Il titolo del film, che ho poi visto al cinema, era “Il contagio”. Era tratto da un romanzo del Premio Strega Walter Siti.

Vincenzo Salemme faceva parte dei protagonisti, e affrontava un ruolo per lui probabilmente nuovo. Un tipo di figura certamente poco “sfiorata” nella propria carriera. Ma Vincenzo fu scelto, ed il risultato fu eccezionale.

Salemme di fronte a Pasolini. Come modellare un volto?

Il racconto, drammatico, dolente, a tratti cupo, è ambientato a Roma. Nella Roma dei traffici loschi tra affaristi. Nella Roma della miseria e della prostituzione maschile non soltanto minorile, ma che porta con sé come un’onda “necessaria” anche uomini sposati, magari padri di famiglia. Perché la miseria, lo ripetiamo, è tanta, soprattutto nelle periferie. Il noto attore – bravissimo – Vinicio Marchioni, in questo contesto, è appunto un ragazzo di vita, volendo usare l’espressione di Pasolini, il cui “spirito” sembra aleggiare, in qualche modo, sul film.

Vincenzo Salemme è Walter, un professore, un intellettuale omosessuale che paga Marcello (il citato Vinicio Marchioni) per godere di ore di sesso con lui. È quasi inevitabile, guardando il film, “sovrapporre” (anche con leggerezza, senza star a cercare connessioni letterarie) il personaggio interpretato da Salemme alla figura di Pier Paolo Pasolini stesso. Al di là della trama e del complesso intreccio di vite e di eventi che “accompagneranno” la pellicola verso la propria direzione narrativa, l’espressività facciale e corporea di Vincenzo Salemme rivela le sue enormi potenzialità artistiche.

Mai visto così… E con orgoglio

Un viso disteso e mite, ma per una specie di saggia rassegnazione, come di chi ha capito che la vita è niente senza i propri impulsi più forti, e che però sono proprio questi che possono imprigionarti in un’esistenza segreta. Il volto di Vincenzo-Walter pare immerso nello stupore di ciò che ha compreso della propria stessa vita.

Il suo ruolo di professore, i tanti libri scritti e pubblicati, presenti nella libreria di casa, sono come un corpo senza un arto, se la carne non può confortarsi con l’eros che, in maniera naturale e potente, domanda la propria parte. Tutto questo c’è – mirabilmente – nella gamma espressiva di Vincenzo-Walter. E noi, rimanendo “a bocca aperta”, siamo orgogliosi dell’ennesimo “attore comico” napoletano che ci insegna la vita soltanto con i propri occhi.

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