Intervista a LUK, un cantastorie napoletano
LUK è un progetto musicale portato avanti dal cantautore Enzo Colursi il quale, con talento, crea un ponte tra le sue parole e la musica elettronica. Negli ultimi due anni, tra l’altro, ha preso parte a una delle esperienze teatrali più sensoriali presenti sul nostro territorio, ‘Dignità Autonome di Prostituzione‘, il celebre e innovativo spettacolo-esperienza di Luciano Melchionna. La musica di Colursi si irradia così in cerca di risposte e racconta di nuove prospettive, progetti e realtà di Napoli. Per saperne di più, noi de l’Espresso Napoletano gli abbiamo rivolto qualche domanda.
Enzo, come nasce LUK e quali sono i tuoi obiettivi principali in questo progetto musicale?
“Luk è un progetto musicale nato nel 2017, il nome prende ispirazione da una canzone di Lucio Dalla, la cui musica mi ha formato sin da giovane: è un omaggio a lui. Ho come obiettivo quello di portare le mie storie in giro, attraverso il posto in cui vivo, Napoli, che fa da sfondo a parecchie mie canzoni. In questo periodo sto lavorando al mio secondo album che prevede undici tracce, ed è un lavoro molto intenso. Presto ne svelerò il titolo”.
In quanto artista dello spettacolo teatrale ‘Dignità Autonome di Prostituzione’, curato da Luciano Melchionna, cosa ha significato questa esperienza?
“Il 2023 è stato il mio primo anno. È un’esperienza totalizzante, è bellissimo lavorare con artisti clamorosi sia nell’ambito attoriale che musicale. Ti cambia. Questi due anni ho avuto la possibilità di portare tre brani inediti. ‘Numeri‘ è un testo con cui ho vinto Music For Change (Musica Contro le Mafie) e avuto una Menzione Speciale del Club Tenco. ‘Basta muovere la testa’ e ‘Masaniello’ sono invece stati scelti quest’anno, per la stagione 2024 dello spettacolo, e faranno anche parte del mio album che uscirà prossimamente. Dopo le date a Napoli, fra giugno e luglio, anche a settembre sono previste altre date di Dignità Autonome di Prostituzione a Nola, e sono contento di esserci”.
Le tematiche che tratti hanno uno sfondo sociale, umano: fai della musica un racconto collettivo, molto spesso doloroso. A cuore aperto. Quanto questo è riconducibile a Napoli?
“Quando scrivo sono sempre in una fase complicata. D’altra parte qualcuno diceva: “quando sono felice, esco”. E succede anche a me. Napoli fa da scenografia, è sullo sfondo. Una città particolare e, proprio per questo, è totalizzante. Anche nel modo di raccontarla, come nel mio prossimo album, mi sono lasciato andare ad un linguaggio diverso, più reale. “Masaniello”, ad esempio, è una dimostrazione di tutto questo. Ho provato così a raccontarmi attraverso una città con cui litigo e faccio pace continuamente. Adesso è tempo di pace”.
Dopo ‘Nove Sigarette’, nel 2020, e gli altri singoli che ne sono susseguiti, il nuovo album invece come sarà?
“Queste canzoni le ho scritte da gennaio, in sei mesi. È stato un lavoro molto viscerale. Ho lavorato con
Michele De Finis, Caterina Bianco e Antonio Dafe e ci siamo trovati subito sulla stessa lunghezza d’onda. È una fotografia di questo mio momento. E’ un disco violento, vero, scritto tutto d’un fiato, pieno di ricordi provenienti dal mio quartiere. Parla di tante cose: dei ragazzi rionali, di amicizie perdute, personaggi solitari. Sono affezionato a tutti i pezzi di questo disco. Sono tutti urgenti. Ho sempre avuto un’impronta classica, tra Guccini, De Andrè, Dalla… ma in questo caso avevo bisogno di raccontare la mia storia con un linguaggio diverso, quotidiano. L’italiano che uso solitamente l’ho lasciato un po’ da parte e mi sono aperto a più forme espressive”.
Cosa ti auguri per il futuro?
“Per chi scrive canzoni è doveroso raccontare ciò che c’è intorno. I cantastorie nascono con questo ruolo. Per questo, mi auguro di suonare tanto e il più possibile in giro”.
Michele De Finis, Caterina Bianco e Antonio Dafe e ci siamo trovati subito sulla stessa lunghezza d’onda. È una fotografia di questo mio momento. E’ un disco violento, vero, scritto tutto d’un fiato, pieno di ricordi provenienti dal mio quartiere. Parla di tante cose: dei ragazzi rionali, di amicizie perdute, personaggi solitari. Sono affezionato a tutti i pezzi di questo disco. Sono tutti urgenti. Ho sempre avuto un’impronta classica, tra Guccini, De Andrè, Dalla… ma in questo caso avevo bisogno di raccontare la mia storia con un linguaggio diverso, quotidiano. L’italiano che uso solitamente l’ho lasciato un po’ da parte e mi sono aperto a più forme espressive”.


