A Teheran fa freddo. Fa freddo nelle case. Fa freddo tra le strade, quelle della capitale così come del resto dell’Iran. E fa freddo anche nel carcere di Evin, una enclave posta all’estremità della città iraniana in cui è detenuta dal 19 dicembre scorso la giornalista italiana Cecilia Sala. Oltre il muro di cinta che circonda l’istituto detentivo, il nulla. Una distesa montuosa brulla, priva di edifici o di strade, dove persino gli alberi hanno lasciato posto ad una distesa desertica.
Cecilia Sala è stata arrestata in albergo mentre si trovava in Iran con un visto giornalistico. Durante la sua permanenza avrebbe dovuto raccogliere le testimonianze necessarie per nuove puntate di Stories, il podcast nato il 10 gennaio 2022 e che racconta una storia dal mondo al giorno attraverso le parole e la voce dell’autrice stessa. La giornalista, infatti, avrebbe dovuto narrare alcune vicende legate al patriarcato e alla repressione del dissenso nel Paese, ma l’epilogo non è stato il medesimo delle altre volte. A distanza di una settimana circa, il 27 dicembre, il Ministero degli Esteri italiano, in seguito ad un incontro tra Cecilia Sala e l’ambasciatrice d’Italia a Teheran Paola Amadei, ha poi confermato ufficialmente l’arresto della giornalista presso la prigione di Evin, nota per essere destinata ad oppositori politici e cittadini stranieri.
La telefonata e la difficile detenzione
Il racconto della detenzione che Cecilia ha delineato nel corso della telefonata, avuta con i genitori e il compagno nel giorno di Capodanno, una persona molto provata. Molti datteri e un elastico per capelli è tutto ciò che le guardie hanno concesso attraverso una fessura ricavata attraverso il blindo, ma nessun altro genere di conforto le è stato riservato in questi primi giorni di detenzione. Una luce al neon illumina per tutto il giorno e tutta la notta, 24 ore al giorno, la cella detentiva che le è stata riservata per garantire il totale isolamento, condizione a cui sono destinate in genere le prigioniere politiche.
Il doppio filo tra Cecilia Sala e Mohammad Abedini Najafabadi
L’arresto giunge, inoltre, a distanza di pochi giorni da quello di Mohammad Abedini Najafabadi, l’ingegnere iraniano fermato in territorio italiano su richiesta degli Stati Uniti in seguito alla diramazione di un mandato di cattura internazionale e all’accusa di legami stretti con i pasdaran. Nei giorni successivi l’Iran ha poi proposto uno scambio di prigionieri proprio con Cecilia Sala, insistendo sul rientro dell’ingegnere iraniano arrestato a Malpensa. “Pregherò per lei e per me”, ha riferito al suo avvocato, Alfredo De Francesco, durante l’incontro avuto in carcere e nel quale si è parlato anche di Cecilia Sala. Abedini stesso ha inoltre chiesto informazioni sulla vicenda della giornalista in carcere, sottolineando un legame, tutt’altro che sottile, instauratosi tra le due vicende.
La richiesta di silenzio stampa
Nel mentre, i genitori di Cecilia Sala, ricevuti sia di persona dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che telefonicamente, chiedono il silenzio stampa per scongiurare il rischio di complicazioni mediatiche. “La fase a cui siamo arrivati – si legge nel messaggio – è molto delicata e la sensazione è che il grande dibattito mediatico su ciò che si può o si dovrebbe fare rischi di allungare i tempi e di rendere più complicata e lontana una soluzione. Per questo abbiamo deciso di astenerci da commenti e dichiarazioni e ci appelliamo agli organi di informazione chiedendo il silenzio stampa. Saremo grati per il senso di responsabilità che ognuno vorrà mostrare nell’evitare di divulgare notizie sensibili e delicate”.


