Dialetto e dialetti al Museo Artistico Politecnico

Dialetti
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È un palazzotto robusto dagli alti e pesanti scalini quello che ospita, a piazza Trieste e Trento, il Museo Artistico Politecnico di Napoli. Il Circolo Artistico è elegante e arredato all’antica, e da un po’ di tempo ospita interessantissimi eventi che hanno al centro la comprensione delle strutture e dei ruoli dei dialetti d’Italia. Ovviamente il napoletano fa la parte del leone, ma lunedì 27 gennaio è stata la lingua calabrese la protagonista di Rusina, lo spettacolo teatrale messo in scena dalla bravissima Rossella Pugliese, calabrese di Mandatoriccio, in provincia di Cosenza, sul versante jonico.

Il dialetto calabrese nella pièce di Rossella Pugliese

Il Circolo, dunque, in questo caso ha scelto la forma artistica del teatro, forse la più adatta al dialetto, per veicolare ciò che neppure una lectio magistralis non avrebbe potuto trasmettere meglio. La Pugliese mette in scena – da sola – un dialogo tra lei e la nipote, con fortissime implicazioni affettive e complessi intrecci familiari. E il risultato è meraviglioso. Il calabrese è lingua particolare, quasi ‘selvatica’ per forza ed autenticità; si potrebbe definire ‘gelosa’ di se stessa. Come diceva Camilleri, il dialetto ci getta addosso ‘le cose stesse’ nella loro verità più profonda. È come se si trovasse ad uno stadio di maggiore profondità sia delle capacità fonico-espressive dell’essere umano che della stessa lingua madre nazionale.

Rossella Pugliese possiede una maestosa gestualità, una gamma di timbri vocali infinita, una capacità metamorfica che le permette di interpretare tanti personaggi sulla scena. E il pubblico, tutto napoletano, segue in religioso silenzio la breve pièce, e alla fine un capannello di gente si fa sotto all’attrice per soddisfare le proprie curiosità. Si scopre così la genesi autobiografica della storia, il rimando dell’arte della Pugliese a Ruggero Cappuccio e la precisa provenienza geografica dell’attrice, che è disponibilissima a fermarsi con il pubblico a parlare di dialetti e di storie della sua Calabria. Alla fine il ‘seminario’ riesce perfettamente anche avendo usato le tavole di un piccolo teatro e avendo messo in scena un dramma.

Al termine si esce tutti più consapevoli di quanto il dialetto sia parte di noi, sempre ricchezza e cultura e mai vergogna o sub-conoscenza linguistica. È stato, in un certo senso, un ‘concerto’ per voce sola, capace di catapultare in un paesino sperduto, tra le pietre e i sassi di una realtà che pare antica ma è contemporanea quanto uno smartphone. Si va via colmi di musica.

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