Il tema delle maschere ha accompagnato buona parte della tradizione e della produzione culturale del nostro Paese, diventando nel tempo elemento distintivo delle celebrazioni carnevalesche. La maschera, tuttavia, cela – ed è proprio il caso di dirlo – significati e radici ben più lontane da noi.
Alle origini del Carnevale
La sua storia ci porta nell’antica Ellade, dove i mercanti greci solevano esporre le proprie mercanzie nell’agorà, che costituiva la piazza centrale della polis greca e nella quale si svolgeva la vita politica e commerciale della città. Successivamente gli antichi Romani trasformarono l’agorà nel forum, destinato in gran parte alla vendita delle merci di ogni genere, ma che veniva usato anche per le adunanze pubbliche e per le controversie giudiziarie. I mercati si distinguevano in base alle merci commercializzate: Forum Vinarium, Piscarium, Olitorium, Cuppedinis, Boarium, Pistorium e Forum Suarium. Quest’ultimo era adibito al mercato dei suini; non si vendevano, però, soltanto i maiali, ma anche i loro prodotti lavorati: dal lardo ai salumi, alle spazzole e ai pennelli fatti con le setole suine.
In un angolo di questo foro era presente un’ara dedicata alla dea Maia, che personificava il risveglio della Natura. Nel mese di febbraio, su quell’ara si sacrificava un animale che poi veniva mangiato identificandolo con il corpo della divinità stessa (sacrificio sostitutivo). Quell’animale prese il nome dalla dea Maia e fu chiamato maiale. I fedeli della dea sapevano benissimo che:
«‘O puorco fete vivo e addora muorto, l’ommo addora vivo e fete muorto»
e ne fecero il simbolo della purificazione dell’animo umano. Dopo l’abbuffata di carne di porco alla brace, seguivano quaranta giorni di astinenza e di penitenza in attesa della resurrezione della dea, che coincideva con l’inizio della primavera ed il risveglio della Natura. I Cristiani, successivamente, hanno recepito e trasformato questi riti nel Carnevale, nel Martedì Grasso (caratterizzato da abbondanti e succulente libagioni nelle quali non mancava mai il sanguinaccio, che aveva come principale ingrediente il sangue di maiale in ricordo del sacrificio dell’animale offerto anticamente alla dea Maia) e nella Quaresima (periodo di quaranta giorni di astinenza e penitenza, in cui ci si cosparge il capo di cenere, come facevano gli antichi fedeli di Maia con le ceneri dell’animale appena sacrificato e di cui si erano nutriti).
Almeno a Carnevale, servi e padroni, ricchi e poveri, uomini e donne potevano scambiarsi i ruoli e giocare ad essere qualcun altro: ma perché questa magia funzionasse, bisognava perdere la propria identità: ed ecco l’uso della maschera. Già gli antichi Greci e Romani celebravano riti in maschera a scopo propiziatorio ma anche per livellare le differenze sociali. Dietro una maschera, spesso si nascondevano emozioni, pensieri e aspetti che una persona preferiva non mostrare agli altri.
Le maschere italiane sono un elemento fondamentale della tradizione teatrale e culturale del nostro Paese. Tra le più celebri, annoveriamo Arlecchino, Colombina, Pantalone e, naturalmente, il nostro Pulcinella. Queste maschere sembrano avere origine dalla Commedia dell’Arte, una forma di teatro popolare nota in Italia nel XVI secolo, caratterizzata dalla recitazione improvvisata e da personaggi fissi, ognuno con il proprio costume e maschera distintiva.
Pulcinella: la maschera fra le maschere
Fra tutti i personaggi della Commedia dell’Arte, Pulcinella è colui che ha maggiormente portato a perfezione le facoltà mimiche e d’improvvisazione del ‘comico italiano’. Egli ha saputo unire il senso di una vivacità espressiva ed estemporanea con quella disciplina professionale definita ‘arte rappresentativa’. La maschera di Pulcinella recita improvvisando e servendosi della propria teatralità. Nascondendo il viso dietro la maschera, può concentrare tutta la sua espressività nelle movenze del corpo.
Conosciuta per qualche secolo in gran parte d’Italia, la sua maschera si è localizzata principalmente a Napoli e nell’Italia meridionale. Tuttavia, le radici di Pulcinella sono molto antiche e si possono far risalire, probabilmente, alle Atellane romane del IV secolo a.C., nelle quali un personaggio simile, Maccus, rappresentava un tipo di servo dal naso lungo e dal viso bitorzoluto, con guance rosse, ventre prominente e con addosso una camicia trasformata in una veste larga e bianca.
Il nome Pulcinella deriva probabilmente da «pulcino», in riferimento al naso adunco che ricorda proprio il becco di un pulcino. La sua nascita sarebbe dovuta ad un uovo di gallina, animale sacro a Persefone (Proserpina per i Romani, figlia della dea Demetra, Cerere per i Romani), rapita e divenuta sposa di Ade, dio degli Inferi. Pulcinella rappresenta lo spirito napoletano: è un personaggio furbo, pigro, ma anche astuto e sempre pronto a prendersi gioco dei potenti. È noto per la sua voracità e la sua capacità e abilità a cavarsela in ogni situazione, spesso con un sorriso e una battuta. Non rappresenta un solo personaggio ma una miriade di personaggi, ed impersona tanto i difetti che le qualità del popolo napoletano. È poliedrico: talvolta comico, altre tragico, comunque sempre genuino ed arrogante nelle risposte.
Nel corso dei secoli, Pulcinella è diventato un simbolo della cultura napoletana ed italiana e ha subito diverse trasformazioni. Originariamente indossava un cappello bicorno e portava la barba e i baffi, ma nel XIX secolo, grazie all’attore Antonio Petito, ha assunto l’aspetto che conosciamo oggi. Pulcinella ci fornisce un formidabile assist per affrontare il tema universale del comportamento umano nelle sue relazioni sociali.

Le maschere tra teatro, letteratura e poesia
Numerosi sono stati, nel passato e ancora tutt’oggi, gli scrittori italiani che hanno affrontato il tema ‘esistenziale’ della persona e dei suoi comportamenti nella quotidianità. Tra questi, è doveroso citare Luigi Pirandello, forse il più importante scrittore del Novecento. Il tema della ‘maschera’ è affrontato, in maniera magistrale, nel romanzo Uno, nessuno, centomila. In quest’opera, la maschera riflette la complessità della natura umana e il conflitto tra l’essere e l’apparire. Nel 1933, al teatro Sannazaro di Napoli, Pirandello incontra Eduardo De Filippo. L’amicizia tra i due dura tre anni, durante i quali la Compagnia del Teatro umoristico dei fratelli De Filippo mette in scena, in versione napoletana, le due commedie Liolà e Il Berretto a sonagli dello scrittore siciliano.
Anche Eduardo nelle sue opere indaga i sentimenti, aspirando alla comprensione umana e alla solidarietà distrutta dai tempi. Le maschere sono ben visibili in Eduardo: nella commedia Questi fantasmi vi sono le proiezioni della nostra coscienza e dei nostri bisogni. La differenza tra i due autori sta nella tipologia dei fantasmi: per Pirandello i fantasmi sono frutto della nostra mente, mentre i fantasmi eduardiani sono più reali, più concreti, più aderenti alle difficoltà e alle miserie della vita di ogni giorno.
Altrettanto numerosi, infine, sono stati, nella letteratura mondiale, gli scrittori che si sono cimentati in romanzi di successo sul tema dell’identità personale. Ne ricordiamo soltanto alcuni che ci hanno molto emozionato. Léopold Sédar Senghor è stato un politico e poeta senegalese di lingua francese nonché primo Presidente del Senegal, finalmente indipendente, in carica dal 1960 al 1980. Celebre è la sua poesia Maschere, un potente messaggio sociale e politico all’insegna della speranza, del ripudio delle guerre, della pace e dell’integrazione tra i popoli, in particolare tra quelli africani e quelli europei. Il testo recita così:
«Maschere! O Maschere
Maschera nera, maschera rossa
Voi maschere bianco-nere!
Maschere dai quattro poli
Donde alita lo spirito
Vi saluto nel silenzio!
Ecco che muore l’Africa degli imperi;
[…]»


