#[All’inizio della storia del cinema le persone che guardavano i primi film non riuscivano proprio a capire come fosse possibile che delle sagome in bianco e nero proiettate su lenzuola o teli di cotone potessero muoversi da sole… doveva per forza esserci una specie di trucco, o peggio, un ‘imbroglio’!! Ecco perché quasi tutti gli spettatori di allora si riferivano al cinema chiamandolo: ‘l’imbroglio nel lenzuolo‘].
La ‘bellezza del degrado’ di Villaggio Coppola nel film Dogman di Matteo Garrone
Nel 2018, a distanza di sedici anni da L’imbalsamatore, Matteo Garrone con il suo film Dogman, decide di portare sul grande schermo un altro fatto di cronaca nera avvenuto a Roma nel 1988, il cosiddetto ‘delitto del canaro‘, ovvero l’omicidio di Marco Ricci per mano di Pietro De Negri, detto ‘er canaro’ perché proprietario di un negozio di tolettatura per cani, . Nonostante il film prenda ispirazione da ciò, se ne distacca in fase di sceneggiatura e creazione dei personaggi.
La ‘forza’ del film

Uno dei punti di forza del film è sicuramente il personaggio di Marcello, interpretato dall’attore Marcello Fonte, incredibilmente dolce e tenero, che si ritrova incastrato in un meccanismo di violenza suo malgrado. Un volto iconico, quello Fonte, che Garrone definirà più volte come un moderno Buster Keaton per la sua capacità di recitare attraverso gli occhi, come un attore di cinema muto. Con la sua figura e il suo rimanere vittima di un meccanismo a lui estraneo egli aumenta la percezione della crudeltà del film.
Nel film non ci sono scene splatter. Quelle di tortura sono state completamente eliminate prendendo le distanze dal fatto di cronaca, mentre ci si concentra maggiormente sui problemi che il protagonista deve affrontare. Nonostante sia una persona di animo buono, Marcello si ritrova contro la sua volontà a entrare in un mondo fatto di criminalità e dolore, viene ripudiato dalla comunità in cui vive e a cui era molto legato e alla fine si macchia di un reato gravissimo, come l’omicidio, nel tentativo vano di espiare le proprie colpe. C’è tanta violenza in questo film, ma è soprattutto psicologica. E per il protagonista arriverà ad un livello tale da non essere più sostenibile.
Il degrado di Villaggio Coppola come fosse un ‘personaggio’ del film
In questo scenario narrativo, fatto di dolore e di agonia, anche il paesaggio di sfondo è come se prendesse parola e diventasse esso stesso personaggio centrale all’interno della storia. Il regista torna nei luoghi dove anni prima aveva girato proprio L’imbalsamatore, e ancor di più eleva il ruolo di quel luogo in modo unico.
Nel momento in cui viene girato Dogman, Castel Volturno e il Villaggio Coppola sono zone in pieno stato di degrado e simboleggiano l’assenza di istituzioni e la situazione sociale in atto. Gli abitanti del posto per questa ragione sono allo sbando e vivono quotidianamente circondati da mafie, prostituzione e inquinamento, costretti però a lottare comunque per sopravvivere. L’ambientazione del film amplifica perfettamente tutto questo, riuscendo a far percepire allo spettatore che le stesse situazioni che vivono i protagonisti sono in realtà trasferibili a ogni individuo che faccia parte di quel contesto, inghiottito dalla speculazione edilizia e trascinato con impeto dal fiume Volturno. Nel turbine narrativo che esploriamo, il paesaggio rende universale il racconto e, come un’ombra, segue i personaggi ricordando loro di non poter fuggire dalla realtà. Così com’era avvenuto con Gomorra nel 2008, Garrone riesce nell’impresa di dar vita all’interno del suo film a un processo estetico che definisce perfettamente l’essenza della bellezza del degrado. Nella composizione dell’inquadratura, nella messa in scena e nell’utilizzo delle luci sembrano quasi palesarsi riferimenti pittorici di ogni tempo.


