Scuorno è una parola napoletana molto particolare. Essa ha una “sorella” italiana (la “vergogna”), ma come sempre quest’ultima è una sorella pezzotta, ingannevole.
I linguisti che si sono occupati della suggestiva espressione “scuorno” sono più o meno d’accordo, innanzitutto, a differenziare ‘o scuorno dalla “vergogna” per una questione di “contesto”. La vergogna è un sentimento molto intimo, che può consumarsi anche nell’assoluta solitudine. Insomma, posso passare giornate intere in casa, io da solo, a macerarmi nella vergogna di aver compiuto questa o quella azione. ‘O scuorno no. ‘O scuorno ha bisogno di un “palcoscenico sociale” sul quale “bruciare” e consumarsi.
“Nudi” coi nostri errori
‘O scuorno fa venire alla mente un essere umano “nudo”, in mezzo alla folla. La sensazione è di insopportabile imbarazzo, di tremore e sangue che si rimescola, in mezzo a sguardi avidamente curiosi puntati su di noi. Questa di una metaforica “nudità” potrebbe essere una immagine dello scuorno. Ogni volta che si viene “scoperti” e si mostra una mancanza, un comportamento “indecoroso”, un difetto nascosto, accade che lo scuorno si impossessa di noi.
Nudità e sporcizia… i “primi” scuorni
L’insopportabile peso degli occhi degli altri. Ecco lo scuorno. Come più o meno in tutte le culture, è chiaro che la “nudità” è quasi per antonomasia la condizione del “rossore”, dello scomposto tentativo di “riparare”, nascondendosi, ad uno “spettacolo” che non si doveva mostrare. E lo scuorno ha a che fare spessissimo con il nostro corpo.
“Tien’ ‘a vrachetta aperta! Miettete scuorno!” è una ironica, urlata e spietata “constatazione” che più o meno tutti abbiamo ascoltato, ragazzini, da parte dei nostri compagni. E il nostro sguardo correva subito in basso, per cercare di risolvere l’incresciosa situazione, salendo immediatamente la chiusura lampo dei nostri jeans. Inutile dire che era tutto vano. Era troppo tardi, perché il gruppo di amici già si stava scompisciando dalle risate (come se non fosse capitato anche ad ognuno di loro…ma da ragazzi è così!).
Il corpo, dunque: primo “luogo” dello scuorno. Prima “conoscenza” che ognuno fa del significato di questa parola divertente ma “violenta”. Inutile dire che anche la “pulizia” rientra in questa “casistica” del corpo. Nel mondo “senza filtri” dei ragazzi ogni occasione è buona per “mettere lo scuorno in faccia” ad un compagno. È quasi una lotta per la sopravvivenza quella contro lo scuorno, che piove addosso all’improvviso, davanti al “gruppo” e davanti alle ragazze – o, viceversa, ai ragazzi -.
I piedi “neri”, le unghie sporche, un perepè che parte dal didietro, un buco in una zona “nevralgica” dei calzoni. Il corpo si trasforma nel “tempio” maledetto dello scuorno, e ci vorranno giorni per “lavare l’onta”.
Un clamoroso ricordo pieno di nostalgia
Il corpo, sì… Ed ecco che arriva quell’immagine, quel ricordo. 1400…quasi Millecinque. Nel 1984 Massimo Troisi e Roberto Benigni si trovano catapultati nel secolo di Cristoforo Colombo e di Leonardo da Vinci, in una pellicola indimenticabile.
Saverio (Benigni) è un professore, ha curiosità intellettuali, insomma vuole approfittare dell’occasione, dunque va a vestirsi da toscano del 1400 (cercando nell’armadio di Vitellozzo, che li ospita) e sùbito esce in mezzo alla strada. Vuole capire, conoscere, essere “uno di loro”, viversi l’avventura. Mario (Troisi) è invece soltanto spaventato, vuole tornare nel 1900 immediatamente, prova paura e disagio. Praticamente viene “costretto” da Saverio ad uscire in mezzo alla strada e alla gente.
Il calzone attillatissimo –alla moda del tempo – che Saverio ha fatto indossare a Mario mette in risalto in maniera evidente le forme – le “vergogne”, si diceva una volta – in mezzo alle gambe dell’amico. Troisi si piazza entrambe le mani un po’ più in basso del ventre, per “coprirsi”. E a Benigni, che gli dice “Ma sembri un maniaco sessuale!”, Massimo Troisi risponde, con rabbia e una rassegnazione che sta diventando appocundria: “E me metto scuorno!!”.
Una questione pubblica… e una questione “politica”
Dunque è evidente che lo scuorno “accade” quando si è nella “sfera pubblica”. Ed ecco che lo scuorno si emancipa dalle vicende del “corpo”, e si allarga alle più disparate situazioni. Erri De Luca, in un suo articolo riguardante proprio quest’espressione napoletana, un anno fa scrisse: «Napoli si tolse lo scuorno a fine settembre del ’43. In quattro giornate furiose scaraventò fuori della città l’occupazione militare tedesca […]Senza preavviso né manifesti ai muri il popolo di Napoli si levò gli schiaffi dalla faccia (corsivo mio, per un’altra espressione tipica nostrana). Lo scuorno se lo misero le truppe dell’esercito più potente d’Europa, costretto a ripiegare, via da una città che si era liberata a mani nude».
Dunque lo scuorno è anche qualcosa che riguarda i successi e gli insuccessi, le vittorie e le sconfitte, e in particolar modo le débâcle militari (ma anche quelle sportive…).
Quando Erri De Luca dice che Napoli “si tolse lo scuorno” vuol dire che una comunità sconfitta, sottomessa, impotente, davanti al mondo e al cospetto degli altri popoli, che fissano con interesse il palcoscenico della storia, avverte la disfatta come una “figura ridicola”, come la “maschera di un fallimento”. E questa “maschera” (che è in realtà una faccia senza veli) è la condizione dello scuorno.
“Politica” e calcio…: un altro ricordo pungente
Sempre nel 1984, per le vie di Napoli si ascoltava e si cantava una canzone che era un inno di speranza per una città che viveva e vive di calcio. Era arrivato Maradona, da poco, in città. Si sognava lo scudetto. Che poi, puntuale, arrivò, attraverso quei piedi magici. Una delle canzoni “maradoniane” più note faceva, ad un certo punto, così: “Maradona, mo ca stai ccà/ levancillo ‘o scuorno ‘a faccia a sta città…”.
Di che “scuorno” si trattava, in questo caso? Beh, di uno scuorno, in un certo senso, “politico”. Napoli era la città che “stava indietro” economicamente, che non riusciva a rialzarsi dalle macerie del terremoto dell’’80, che era dilaniata dalle faide delle nuove organizzazioni camorristiche. Era la città che “non poteva vincere”. In nessun campo. E questo era il suo scuorno. Davanti alle altre città, davanti all’Italia. Lo scuorno era ancora una volta una condizione “pubblica”, un senso di “rossore” e di “sporcizia” provata addosso, lungo la propria superficie visibile.
Ma…perché scuorno?
La parola “scuorno” potrebbe derivare da svariati etimi. Il greco aischìnomai, che sta per “vergogna”, sarebbe una strada plausibile da percorrere, visto l’imponente numero di lemmi napoletani mutuati dal greco, e poi “dotatisi” di vita propria.
Però un’altra spiegazione ce la fornisce la natura, e precisamente l’istintiva “lotta” di animali come i cervi, la quale si consuma per ottenere la supremazia del branco. Il cervo sconfitto, in genere, perde uno dei suoi splendidi corni. E, diremmo a Napoli, finisce curnuto e mazziato: infatti da quel momento sarà “riconosciuto” da tutti i compagni di branco come “colui che ha perso”. Dunque “scuorno” deriverebbe da “scornato”.


