“Vrenzola”: quando questo termine è adoperato, più che ad una parola è simile ad un coltello da macellaio che divide il mondo in due parti che non si incontreranno mai.
In origine la “vrenzola” è un pezzetto di stoffa che si è scucito o, comunque, che si è staccato da un abito. Il corrispettivo “italiano” dovrebbe essere “brandello”, con quel –br che si trasforma in -vr. Dunque un pezzo di vestito che si è strappato e, quindi, è inutilizzabile se non come “straccio”.
‘Na vrenzola ‘e stoffa: dalla “gloria” alla polvere…
La vrenzola può aver avuto benissimo una “prima vita” risplendente, cucita ad un abito “buono” – come si suol dire -, adatto “per uscire”, per “sfilare” a Toledo o a Chiaia, restando in contesto napoletano. Ma ormai quel pezzetto di lino o di altro materiale è retrocesso ad un uso che al massimo è quello di spolverare un mobile, o di scerià (cioè “strofinare con energia”) le superfici sporche della casa. Evidentemente era destino, o magari quell’abito non era poi così buono e resistente…
In ogni caso, da quando quel frammento di stoffa “scende irrimediabilmente di categoria”, ecco che un carnevale di metafore si impossessa di esso. La vrenzola sta ormai a significare una cosa “piccola” e di “poco conto”, oltre che, spesso, “sporca” per il rinnovato uso che se ne fa.
Me facite dicere…?
Ascoltiamo, frequentemente, durante le serie TV poliziesche, qualcuno (in genere il colpevole) esclamare davanti ai tutori della legge: “Non avete uno straccio di prova!”. Ecco che qui, anche in italiano, il brandello creatosi con uno strappo del vestito sta a significare un qualcosa di “minimo”, “di poco conto”, tanto che “non avere nemmeno uno straccio” di prova investigativa coincide con non avere in mano proprio nulla.
Nella lingua napoletana, che qui ci interessa, lo straccio-vrenzola è utilizzato spesso da qualcuno che prova “disperatamente” ad inserirsi in un discorso, sapendo di aver qualcosa di importante da dire, ma la cui voce è costantemente “coperta” e annullata dalla foga o dalla prepotenza delle voci altrui, che con narcisismo non smettono di “scorrere” come un rubinetto che perde. Ad un certo punto, quello che non riesce a parlare alza un po’ la voce, passando dalla rassegnazione alla rabbia, ed esclama: “M’ ‘a facite dicere ‘na vrenzola ‘e parola?”.
Chi cerca di “inserirsi” in questo modo sa bene che ciò che ha da dire potrebbe benissimo dirimere l’intera questione, ma per riuscire a conquistarsi un posto nel dialogo a senso unico nel quale sta “annegando” presenta il proprio intervento come “corto e conciso” (un pezzettino…’na vrenzola), perché altrimenti non lo farebbero parlare mai…!
Da “quantità” a “tipo umano”: il passo è breve
La vrenzola è, ad ogni modo, uno “straccio”. Un qualcosa di “inservibile” se non per scopi decisamente “non elevati”. Ed ecco che il termine, a Napoli, passa ad indicare (anche con una certa malignità) un tipo di donna o di ragazza di condizioni molto umili, di cultura molto scarsa o quasi inesistente, che però ci tiene ad “apparire” – sul palcoscenico della strada – come una girl-fashion che sfoggia abiti all’ultimo grido ed acconciature alla moda. Con il solo risultato, però, di risultare “eccessiva”, pacchiana, priva di grazia.
Ciò che la rende ondeggiante come una barchetta in mezzo alle onde, spesso, sono le scarpe strette e dotate di tacchi altissimi, che la vrenzola non sa portare, ma che non rinuncia a sfoggiare, a costo di tornare a casa con un mal di schiena che ricorderà per tutta la vita e piena di vesciche ai piedi.
Oltre a le scarpe, la vrenzola ci tiene ad indossare abiti dai colori più sgargianti possibile, il che la rende simile ad una bomboniera viaggiante (di quelle, ovviamente, scelte nei matrimoni o nelle feste trash).
Ma se guardiamo oltre?
Vorremmo chiarire soltanto una cosa. La vrenzola può essere bellissima. Ed assolutamente non stupida. In una serie TV di qualche tempo fa (“È arrivata la felicità”) una straordinaria Simona Tabasco, l’attrice napoletana che interpreta il personaggio di Alex Di Nardo nei “Bastardi di Pizzofalcone” (la fiction tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni), fece scalpore in tutta l’Italia degli “affictionati” con la sua interpretazione di Nunzia, una vrenzola napoletana (sì, proprio una vrenzola) che faceva battere il cuore di entrambi i protagonisti maschili.
Da estetista (chissà perché nei film le vrenzole sono sempre estetiste o parrucchiere) a segretaria di studio, Nunzia conquistava tutti con la sua bontà d’animo (solo “a tratti” ingenua, semplicemente “verace”), la sua saggezza e la sua luminosa bellezza. Nunzia, in una scena della serie, addirittura si “autodefinisce” vrenzola (o meglio, dice di “temere” di esserlo). Il suo personaggio è a suo modo riflessivo, educato, dolce.
Certo, le sue unghie sono un arcobaleno di “colate” eccessive, i suoi abiti sono spesso un esplosione di tinte forti, le sue gonne sono cortissime – e mostrano tra l’altro delle gambe bellissime –, il chewing gum tra i denti non manca mai. Ma con Nunzia i protagonisti maschili – laureati, architetti per la precisione – riescono a parlare di tutto, si sfogano, si divertono durante una pizza o un aperitivo fuori.
Dico la verità… siamo stati tutti innamorati di Nunzia. Succede a Napoli… una vrenzola può far perdere l a testa!


