Commissario Ricciardi: la “voce” che mancava a Napoli

Il commissario Ricciardi, “eroe” nato dalla penna di Maurizio De Giovanni, “vede” i morti e li “ascolta”. Facendo questo realizza un anelito disperato e secolare di una città intera. Napoli.

Il chiasso infinito di Napoli, dei mercati, delle piazze. Gli allucchi, i richiami dei venditori di frutta o di panni, come si dice qui: insomma, di coloro la cui merce è ciò che serve per vestirsi. Le marmitte nervose di decine di motorini al semaforo, come all’inizio di una tappa di un rally. E quel brusìo dai vicoli, dai balconi, dai bar. Pare una città che grida per non sentire ciò che è morto. Ma cosa c’entra il commissario Ricciardi?

Il commissario Ricciardi e una città sospesa tra due mondi

Dicevamo, una città che grida. Sì… ma di certo non per coprire il sussurro dei morti. I napoletani “strizzano l’occhio” ai defunti dalla mattina alla sera. Essi, i morti, sono sempre stati i loro alleati. I loro amici fidati. Perché chi è morto, ormai, non può ingannare. Ti parla da una pace senza rughe, l’estinto. Anche per questo i napoletani amano il commissario Ricciardi. Perché lui, pur nel tormento, è “fatto” di un materiale che è “conduttore puro” di una verità che viene dall’altro mondo.

Perché i morti dicono la verità. Ma i napoletani dove li vanno a cercare, i defunti? In tanti luoghi. Nel sonno della notte – o del giorno -. Nei sotterranei delle chiese, dove ci sono i campisanti con i teschi e le ossa ormai spolpate dal tempo della loro carne. Ma anche attraverso i vetri delle edicolette votive, in qualunque ora della giornata, mentre incede per la via pensando a tutt’altro, il napoletano viene “fissato dai morti”. Dai volti pieni di vita delle foto ammucchiate dei trapassati, adagiate in quei purgatori di pietra.

Dunque cosa “rappresenta”, in tutto questo, un personaggio come Ricciardi? Forse un’assurda, disordinata speranza. Egli è, certo, un essere umano generato dalla penna di uno scrittore, non è una persona che possiamo incontrare per via, da qualche parte. Ma probabilmente ciò non ha alcuna importanza. Noi ci crediamo lo stesso, nella sua storia tormentata. Perché noi ci crediamo, che i morti parlano.

Napoli è storia dei vivi e storia dei morti

Quei capannelli tristi, che a volte paiono addirittura disperati, di persone in fila davanti ai punti del gioco del Lotto, raccontano storie di sogni implorati e, magari, mai arrivati. Forse le donne e gli uomini che porgono banconote e afferrano biglietti, lo stanno facendo anche “in faccia” ai parenti che non sono venuti a “trovarli” la notte, e giocano con una ostinazione che è anche arraggia.

Oppure il sogno è arrivato. Il caro estinto ha parlato. E allora c’è il brivido di chi è convinto che stavolta “farà fessi” tutti quanti quelli che gli dicono di non sperperare soldi al Bancolotto.

E quelle carezze fatte con garbo e dolcezza ai teschi delle anime pezzentelle, quelle per cui non prega nessuno e che hanno, quindi, più bisogno delle invocazioni dei vivi “a loro favore”… Anche qui la vita e la morte si intrecciano in silenziosi dialoghi che diventano veri e propri “patti” di mutuo aiuto tra chi è nella carne del mondo, con le sue insidie, e chi è già “oltre”. Ma è presentissimo, attraverso quelle orbite d’osso vuote.

Ricciardi e la “pretesa d’eterna compagnia” dei napoletani

A far tenerezza e a “dare conforto”, in qualche modo, ai napoletani che hanno conosciuto il personaggio di Luigi Alfredo Ricciardi non è tanto il suo silenzioso dialogo con i morti intravisti ed ascoltati sul luogo del delitto, durante le sue indagini. Questi morti qui, spesso, sono personaggi anche antipatici e disumani. Magari in vita non hanno compiuto del “bene”, e qualcuno – capita in molti dei romanzi di De Giovanni – ne ha voluto la morte quasi per “riparare” ad un’ingiustizia perpetrata ai danni dei deboli o dei più “miseri” e indifesi.  Noi napoletani sentiamo “nostra” e “vera” un’altra cosa, forse. E questa cosa è la teoria infinita delle voci e dei corpi trasfigurati dei morti innocenti che Ricciardi, con insopportabile dolore, incrocia lungo le strade di Napoli. Dovunque.

Sì, dovunque. Lungo via Toledo, e salendo Santa Teresa, dove lui abita. Attraversando il rione Sanità, e volgendo lo sguardo su Chiaia, dalle vetrate enormi del Gambrinus, mentre prende il caffè. E spesso questi defunti, che parlano ossessivamente di sé, sono bambini, ragazzini… criaturielli. Magari messi sotto dalle ruote di una carrozza. O precipitati da un balcone per sporgersi a guardare i giochi degli amici. Oppure, chissà, avvelenatisi per aver assaggiato del formaggio, per strada, che era intriso di veleno per topi.

La fame, sì… Ma anche la pena d’amore. Ed ecco i suicidi, che Ricciardi vede con una pietra al collo sul Lungomare, mentre ripetono la nenia con cui si autoconvincono che la vita è uno schifo, privati del loro amore, e che nulla ha più senso. Sono questi morti qui, soltanto questi qui, quelli che i napoletani “sanno” di avere sempre vicino, come se non fossero mai trapassati.

Ricciardi, i “morti innocenti” e un amore inevitabile

I napoletani, come detto prima, colmano di fotografie fino all’inverosimile le edicole votive che punteggiano le mura dei vicoli. Sono i parenti, gli amici, i bambini (anche se non del quartiere, perché per loro c’è una sofferenza a parte, che è di tutti). Si può star fermi per un tempo indefinito, davanti a questi “cimiteri fotografici”. Devono essere tutti presenti. Nessuno deve mancare, di quelli che facevano parte della vita e degli affetti di quelli che sono vivi.

E allora un personaggio che di questi “cari” senta anche la voce, veda anche i movimenti del corpo, non poteva che suscitare un subitaneo amore da parte dei napoletani.

Il “rumore nel rumore”

C’è un rumore “nel rumore” che gli abitanti di Partenope non riescono a udire, ma vorrebbero sentire. È proprio il rumore dei morti. Vorrebbero ascoltarlo mentre passano lungo le vie dove ciò è oggettivamente impossibile, perché l’eccesso di vita e di chiasso impedisce persino di pensare. O di farsi udire da chi abbiamo accanto. Alcuni di questi posti sono l’incrocio tra Foria, il Museo Nazionale e via Costantinopoli e, più avanti, via Salvator Rosa. Oppure l’inferno del traffico di piazza Mazzini. Eppure è proprio a Salvator Rosa che Ricciardi vede e sente parlare ogni giorno – ogni maledetto giorno – l’anima innocente di un bambino.

Allora è possibile! Allora è vero! L’insopportabile assenza si può sciogliere, per un attimo, in una visione. “L’ha scritto quello famoso, quello delle serie TV… Ah ma io l’aggio sempe ditto ca ‘o ssentev’ ‘e parlà a ‘o piccirillo mio. Si ‘o ddiceno pure chilli ca so’ ‘nteliggente… Allora è ‘o vero”.

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